La prescrizione dei reati: la linea sottile tra giustizia e inquisizione.

Perché il populismo di Salvini e Di Maio è in antitesi con i principi di uno Stato di diritto.

La prescrizione, che tra le tante conquiste di un ordinamento liberaldemocratico è, probabilmente, la più discussa, ha un fondamento ideologico molto più razionale di chi, in maniera preoccupante, propone in queste ore di riformarla. Nel contratto di governo 5Stelle-Lega, infatti, si legge a pagina 23 che “è necessaria una efficace riforma della prescrizione dei reati” per“evitare che l’allungamento del processo possa rappresentare il presupposto di una denegata giustizia”.

Più volte in campagna elettorale, sulla scia dei sentimenti popolari e facendo leva sulla comune percezione – pienamente giustificata – di una giustizia che tanto giusta non è, Salvini e Di Maio hanno tirato in ballo i soliti argomenti retorici, triti e ritriti ogni qualvolta si avvicini l’ora delle urne: inasprimento delle pene, lotta alla corruzione, no svuota-carceri e depenalizzazioni e, infine, un allungamento dei tempi della prescrizione.

Tutto corretto, a parole. Poi, però, si guarda in faccia la realtà: sovraffollamento delle carceri da far invidia al sistema penitenziario dei paesi del terzo mondo, durata media dei processi di gran lunga superiore alla media europea (alla faccia dell’equo processo e della sua ragionevole durata) e contenzioso Pinto – soprattutto negli anni passati – che ci ha visti soccombenti e condannati a elargire risarcimenti milionari. Il tutto testimoniato dalle classifiche che ci vedono 35esimi su 42 paesi europei monitorati per l’efficienza del sistema giudiziario.

Ora, la ratio della prescrizione è, da un lato, incentivare lo Stato a perseguire i reati in tempi adeguati, sì da scongiurare che un processo – anzichè essere una mera parentesi nella vita dei cittadini – diventi uno status quo vita natural durante; dall’altra, l’oblio che lo scorrere del tempo determina sul reato stesso. La pretesa punitiva dello Stato, anche per ragioni di economia processuale, viene meno ed è ritenuto più utile impiegare le stesse risorse a perseguire reati più attuali e, dunque, più allarmanti. Per le medesime ragioni, i reati più gravi espressamente menzionati dall’art. 157 c.p., nonché i reati puniti con l’ergastolo – anche per effetto delle circostanze aggravanti – sono imprescrittibili.

Attenzione: ciò non significa che la prescrizione, per come oggi disciplinata, sia intoccabile e immodificabile. Ben si potrebbe intervenire modificando il dies a quo o il dies ad quem (modello anglosassone), o ancora aggiungendo cause di interruzione e sospensione (modelli francese e spagnolo). Sarebbero, questi sì, interventi mirati che, in particolare per alcuni reati di rilevante gravità, contribuirebbero a rendere il sistema più giusto. E una ben fatta riforma della prescrizione, alla luce delle delle criticità della macchina giudiziaria considerata nel suo complesso, sarebbe comunque un palliativo, come tale non risolutivo di tutti i problemi che, vuoi per carenza di personale, vuoi per un inadeguato sistema di controlli interni, attanagliano un apparato tanto inefficiente quanto geloso delle proprie prerogative.

Ma ciò che preoccupa i commentatori, considerati i toni e le intenzioni delle future forze di governo, è che delle lodevoli ragioni di giustizia diventino il pretesto per riforme incostituzionali e spregevoli di diritti fondamentali. Quei diritti, oggi ritenuti inviolabili, che ci distinguono dai tempi della caccia alle streghe o, senza andare troppo lontano, dai tempi dei processi farsa di stampo sovietico e tedesco della prima metà dello scorso secolo.

Priorità del Paese, dopo anni ed anni di promesse, non è una semplice riforma della giustizia, ma una buona riforma della giustizia.

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