Peppino Impastato, il ragazzo che prendeva in giro la mafia

40 anni fa l'uccisione del giornalista e attivista siciliano: una vita spesa contro la mafia.

Sono trascorsi 40 anni dalla notte tra l’8 e il 9 maggio del 1978, una delle più tristi pagine della storia del nostro paese. A Roma, il presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro stava per essere ucciso dalle Brigate Rosse, dopo un rapimento durato quasi due mesi. Il suo corpo sarà ritrovato il 9 mattina nel bagagliaio di un’auto. In Sicilia, un ragazzo di appena 30 anni veniva trascinato a forza in un casolare. Erano quasi le due di notte e la cittadina di Cinisi dormiva. Il suo corpo venne legato ai binari di una ferrovia sopra una carica di tritolo e fatto saltare in aria. Il ragazzo si chiamava Giuseppe Impastato, Peppino per tutti. Giornalista e militante dell’estrema sinistra. Ma soprattutto, nemico giurato della mafia.

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Peppino aveva conosciuto la criminalità organizzata prima ancora di sapere cosa fosse, perché la sua stessa famiglia era mafiosa. Numerosi parenti erano infatti affiliati ai clan e il cognato del padre era il boss Cesare Manzella, ucciso con una bomba il 26 aprile 1963. La successione alla guida della cosca incoronò Gaetano Badalamenti, che divenne l’incontrastato boss del traffico internazionale di droga, grazie al controllo diretto sull’aeroporto di Punta Raisi, situato proprio sul territorio del comune di Cinisi.

Peppino Impastato, però, non ci stava e decise di ribellarsi. Neanche diciottenne, fondò il giornale “L’idea socialista” e aderisce allo Psiup, il Partito socialista italiano di unità proletaria. Tre anni dopo, diresse le attività del gruppo “Nuova Sinistra” e coordinò la lotta dei contadini espropriati per l’ampliamento dell’aeroporto.

Fu nel corso di questi anni che maturò l’idea di fondere il militantismo politico con la lotta antimafia e di veicolarne il messaggio attraverso un mezzo d’informazione più potente: la radio. Così nel 1976 e Peppino Impastato fondò Radio Aut, alla quale per sempre sarà legato il suo nome. L’idea fu geniale: distruggere l’immagine dei mafiosi prendendoli in giro. Nacque così la trasmissione satirica “Onda Pazza”, il cui bersaglio preferito era proprio “Zu Tano”, zio Tano Badalamenti, il quale viveva a poca distanza dalla casa di Peppino: i famosi “Cento passi”, raccontati nel celebre film di Marco Tullio Giordana.

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Il boss, a poco a poco, capì che quella radio era un pericolo. In troppi la ascoltavano e troppe informazioni venivano rese pubbliche sui business illeciti, sulle strategie criminali e sulle connivenze con la politica. Il capomafia cominciò a preoccuparsi e scattarono così gli avvertimenti, le minacce. Ma Radio Aut continuò imperterrita a rendere ridicoli “Tano Seduto”, come lo soprannominava Peppino al microfono, e la mafia, definita “una montagna di merda”.

Pochi mesi prima di morire, Peppino si candidò alle elezioni comunali con Democrazia Proletaria. Non riuscì a portare a termine la campagna elettorale, ma fu comunque eletto simbolicamente dai cittadini, come riconoscimento per la battaglia che aveva condotto che gli costò la vita, una vita contro la mafia.

Ascoltiamo l’audio originale di uno dei più significativi attacchi ironici di Peppino Impastato alla mafia e al boss Gaetano Badalamenti:

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