“Con i piedi nel fango”, scritto da Gianrico Carofiglio, è un autentico breviario, un libretto che non ha la presunzione di essere un trattato politologico, ma «una raccolta di spunti», un’appassionata conversazione sul rapporto tra politica e verità. Non è affatto casuale l’espediente narrativo impiegato all’interno del libro: viene utilizzata la forma dell’intervista, una scelta che testimonia come l’autore tenti di avvicinarsi al lettore attraverso uno scambio di opinioni continuo. Carofiglio da sempre è “ossessionato” dalla relazione, molto spesso ambigua, che intercorre tra politica e verità. Una relazione che non è sempre coincidente e che può assumere sfumature molto variabili. «La politica è fare i conti con le cose come sono davvero: cioè spesso non belle e non pulite. Bisogna entrare nel fango, a volte, per aiutare gli altri a uscirne. Ma tenendo sempre lo sguardo verso l’orizzonte delle regole, dei valori, delle buone ragioni». 

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Gianrico Carofiglio. Fonte: Mondadori Store

Vengono sfatati diversi luoghi comuni tutti italiani. Come ben argomenta Jacopo Rosatelli nella parte introduttiva, quello che si vuole dimostrare con tenacia è la necessità di assumere un approccio critico verso le eccessive semplificazioni che caratterizzano il sentire comune. La prima semplificazione che va smentita è «quella che vuole la società civile “buona” contrapposta a una politica “cattiva». Sarebbe troppo facile analizzare in tale maniera il contesto politico. Continua Rosatelli: «nella politica nulla è o bianco o nero, nessuno ha tutte le ragioni o tutti i torti, nessuno è mai totalmente colpevole o totalmente innocente». Carofiglio, con il suo stile volutamente ironico e provocatorio, decide di iniziare il suo breviario citando un tizio qualunque: Antonio Gramsci e precisamente la sua invettiva contro gli indifferenti. L’ex senatore si rivolge a tutti coloro che nutrono rancore verso la classe politica, a coloro che utilizzano epiteti folcloristici, “Governo ladro” su tutti, ma che in realtà non smuovono un dito per cercare di rivendicare i propri diritti o per cambiare lo status quo. Sono cittadini che non prendono mai una posizione netta, che non parteggiano per nessuno. Si fa riferimento, dunque, ai rancorosi, a tutte quelle persone che provano sdegno ma non indignazione. Nel vocabolario di Carofiglio esiste una differenza abissale tra questi due concetti apparentemente affini. Il primo è sinonimo di mero risentimento, di disprezzo. Un risentimento che non è consapevole, ma è un qualcosa di profondamente sterile. Il secondo, invece, corrisponde ad un’idea «nobile di rifiuto attivo delle ingiustizie e dei torti». Lo sdegno è l’atteggiamento tipico di coloro che lamentano il fatto che tutto sia schifoso, che tutto sia irraggiungibile senza raccomandazioni, rifiutandosi di provare a raggiungere determinati obiettivi per mera pigrizia.

Altro concetto chiave del libro è il compromesso, caratteristica presente nello scenario democratico. Anche in tal caso Carofiglio assume una posizione provocatoria che va oltre lo schema classico per cui il termine compromesso deve avere per forza un’accezione negativa. «Nel mio mondo, la parola compromesso è sinonimo di vita. E dove c’è vita ci sono compromessi. Il contrario di compromesso non è integrità e nemmeno idealismo e nemmeno determinazione o devozione. Il contrario di compromesso è fanatismo, morte». Carofiglio, come spesse volte accade in tale libro, utilizza un esempio per esplicitare meglio il proprio punto di vista: «quando facevo il pubblico ministero e avevo con me dei giovani magistrati in tirocinio, facevo fare loro un esercizio: trovare argomenti a sostegno della tesi avversaria, cioè quella della difesa. All’inizio erano in difficoltà, poi si rendevano conto che in questo modo era possibile vedere le debolezze della propria impostazione e correggerle o integrarle. Si rendevano conto di diventare contemporaneamente più garantisti e più efficaci nel lavoro delicatissimo dell’accusa penale».

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Il buon politico deve saper prendersi in giro, riconoscendo i propri limiti e i propri errori. Talvolta c’è il rischio di apparire eccessivamente arroganti e di compiere delle mosse che potrebbero rilevarsi controproducenti. Il famosissimo “Enrico stai sereno” renziano, è un esempio che fa al caso nostro. «L’irrisione e lo sberleffo dell’avversario quando stai vincendo è un errore. Il tipo di errore che prima o poi si paga».

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Immagine tratta da Freedom24news.eu

Sperando di aver invogliato il lettore a leggere criticamente questo breviario, vorrei in ultima istanza concentrarmi sul ruolo assunto dagli intellettuali radical chic (espressione coniata da Tom Wolfe, morto proprio qualche giorno fa) ad avviso di Carofiglio. L’ex senatore è molto scettico: «l’intellettuale è incline, almeno secondo la mia esperienza, all’autoreferenzialità individuale e di casta, e all’autocompiacimento. Se ci pensi, sono le due caratteristiche che più potentemente impediscono lo svolgimento di quello che dovrebbe essere il ruolo dell’intellettuale, cioè l’osservazione e l’interpretazione del mondo». Sembra, agli occhi di Carofiglio, che l’intellettuale, termine da lui odiato, sia un oracolo della verità, una persona che guarda soltanto dentro se stesso e che ha la presunzione di raccontare massime dal valore assoluto. Come sottolinea lo scrittore, prendendo in prestito una citazione di  Watzlawick, “guardarsi dentro rende ciechi”.

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