Spiagge: via alla rivoluzione made in Bruxelles. A rischio tanti stabilimenti nostrani

L'U.E. impone ai Comuni italiani di aprire le gare per la concessione del demanio marittimo anche alle imprese estere. Addio al vecchio lido "Bagnomaria"

“Per quest’anno non cambiare: stessa spiaggia, stesso mare” strimpellava, nel noto tormentone musicale del ’63, Piero Focaccia. Eppure, a breve, anche questo immortale ritornello potrebbe suonare obsoleto alle nostre orecchie, dato il rischio – anche piuttosto concreto – di dover dire addio a quei (tanti) stabilimenti balneari a conduzione familiare, che, da tempo immemore, “servono” generazioni di famiglie italiche, durante le loro, tanto agognate, vacanze estive.

Il lido del mare e la spiaggia sono, infatti, per legge, beni appartenenti al demanio pubblico e, in quanto tali, possono essere oggetto di concessione da parte dei Comuni in favore di imprese specializzate. Queste ultime, sulla base del predetto provvedimento, possono, così, gestire attività turistico – ricreative, impiantando stabilimenti dotati di bar, ristoranti, ombrelloni, sdraio e tutto ciò che siamo comunemente abituati a vedere recandoci al mare.

L’ordinamento interno, per lungo tempo, ha disciplinato tale settore attraverso l’art.37 c.2 cod. nav., che prevedeva un c.d. diritto di insistenza (ossia di preferenza) in favore del soggetto già concessionario, ove fossero state presentate più domande per il rilascio di una concessione demaniale marittima. A tale norma faceva, peraltro, eco quella contenuta all’art.1 c.2 D.l. 400/1993, che disponeva che i predetti provvedimenti avessero una durata di sei anni, al termine dei quali sarebbero stati automaticamente rinnovati, a semplice richiesta del concessionario.

Nel 2008, a seguito di apposita segnalazione dell’Antitrust, le succitate disposizioni sono state, però, censurate dalla Commissione europea, che, intervenuta sul punto, ha dato avvio a una procedura di infrazione nei confronti dell’Italia, per aver violato i principi di libertà di stabilimento e di concorrenza, introducendo un sistema discriminatorio nei confronti delle imprese provenienti da altri Stati membri. La decisione poneva in luce, in particolare, l’antinomia tra la disciplina italiana e la Direttiva 2006/123/UE (c.d. Bolkestein), che imponeva alla pubblica amministrazione di osservare i principi di trasparenza e imparzialità nelle concessioni. Queste avrebbero dovuto, infatti, rilasciarsi solo a seguito di procedure pubbliche di selezione tra i soggetti interessati – anche stranieri -, prescindendosi da qualsivoglia pregresso rapporto tra gli stessi e l’amministrazione.

Facendo seguito a tale pronunciamento di Bruxelles, il 21 gennaio 2010, il Governo italiano decide, dunque, di adeguare (pur parzialmente) il proprio ordinamento a quello comunitario, eliminando la preferenza in favore del concessionario uscente e disponendo, al contempo, che le concessioni ancora in essere vengano prorogate sino al 31 dicembre 2015. In conseguenza di questi interventi legislativi, il 27 febbraio 2012 la procedura di infrazione nei confronti dell’Italia viene chiusa, sancendosi così (almeno apparentemente) la parola fine sulla questione.

Nel 2016, la stessa viene, però, riaperta dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea, che, chiamata, in via pregiudiziale, a pronunciarsi sulla compatibilità con il diritto unionale della normativa nazionale, che prevede la proroga automatica sino al 31 dicembre 2020 delle concessioni in vigore, ne sancisce l’illegittimità. Ad avviso dei giudici di Lussemburgo tale disciplina interna si pone, infatti, in aperta antinomia con l’art.12 della c.d. direttiva servizi e con l’art. 49 del TFUE, che dispongono che la durata della concessione sia adeguatamente limitata, vietandone, inoltre, alla scadenza, il rinnovo automatico.

Gli stati membri, nello stabilire le regole di selezione, possono, peraltro, tener conto dei motivi imperativi di interesse generale conformi al diritto comunitario e, dunque, prevedere (solo in tali evenienze) forme di proroga automatica. In assenza, però, di tali condizioni ovvero nei casi in cui vi sia certezza che i contratti sottoscritti con l’operatore – concessionario abbiano un interesse transfrontaliero, la disciplina degli stessi deve essere soggetta agli obblighi di trasparenza predicati dal diritto euro-unitario.

La questione resta, dunque, aperta, anche perché la Corte non ha ben chiarito quali siano i riferimenti temporali della conoscenza dell’interesse transfrontaliero certo da parte dell’operatore, nel frattempo ci apprestiamo tutti a vivere una nuova “estate al mare”.

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