Mose, EXPO, Stadio della Roma, siamo davvero un Paese di corrotti?

Quando le classifiche sulla corruzione percepita vengono travisate.

La mercificazione della funzione pubblica rappresenta un problema di rilevante gravità perché nuoce sensibilmente all’immagine del paese rendendoci meno competitivi e facendo diminuire gli investimenti. Ne consegue una minore produttività e un maggiore livello di disoccupazione, d’altronde chi investirebbe in un paese dove la corruzione alberga in ogni ufficio?

Secondo l’ultima classifica di Transparency International l’Italia si collocherebbe al 54° posto nella classifica della “corruzione percepita” e seppur la posizione sia in lieve miglioramento rispetto agli anni passati, non possiamo ugualmente ritenerci soddisfatti del risultato. A pesare come un macigno sono certamente gli scandali che di anno in anno emergono ogni qual volta vi sia un grande appalto (Mose ed EXPO docent). Tuttavia, nonostante l’ennesima grave inchiesta giudiziaria riguardo presunte corruzioni  tra funzionari del comune di Roma e grossi costruttori, esimendoci dal cavalcare le facili onde del qualunquismo del web, preferiamo non condannare a prescindere la macchina della pubblica amministrazione. Dipingere l’Italia come un paese in cui corrotti e corruttori incalliti proliferano  sarebbe troppo semplicistico e soprattutto non renderebbe onore all’encomiabile sforzo del legislatore degli ultimi anni.

Partiamo da una doverosa premessa: non è vero che l’Italia sia un paese corrotto fino all’osso. Le classifiche sulla “corruzione percepita”, che puntualmente ci ricordano come il Rwanda sia un paese più diligente e più onesto del nostro, non sono attendibili e si limitano semplicemente a rilevare il quantum di fiducia dei cittadini nel “sistema-paese”. È pacifico come non possano esistere strumenti validi per il rilevamento della corruzione e ciò lo si deve perlopiù all’intrinseca natura del reato stesso. Volendo semplificare: mentre per quantificare i furti è sufficiente rilevare il numero di denunce, lo stesso discorso non potrà reggere nel caso in cui non vi sia una vittima che denuncia il fatto come avviene nel caso della corruzione. Anche i dati giudiziari non possono essere considerati attendibili, in quanto spesso riguardano fatti molto risalenti nel tempo e non sempre attuali.

Sfatato il mito delle classifiche internazionali, che peraltro spesso e volentieri vengono fraintese dai mezzi di informazione (o disinformazione?) nostrani e spacciate come rilevazione della corruzione effettiva, è bene focalizzarsi su un altro importante punto: la corruzione è un fenomeno culturale e sociale che pertanto non può essere contrastato con le sole misure repressive. Un plauso in tal caso è doveroso nei confronti del legislatore che, imparando dalle esperienze passate ed in particolare dall’inchiesta “Mani Pulite” dalla quale emersero tutti i deficit strutturali e le lacune dell’impianto normativo, ha avviato una riforma dall’ampio respiro. In particolare la legge Severino (l. 190/2012) ha avuto il merito di coniugare misure repressive e misure preventive. Al mero inasprimento sanzionatorio si sono affiancate disposizioni volte a minimizzare quanto più possibile il rischio reato all’interno delle pubbliche amministrazioni (istituzione dell’Autorità Nazionale Anticorruzione, obbligatorietà dei c.d. piani anti-corruzione, istituzione di soggetti volti alla prevenzione del rischio corruzione, diffusione di codici etici etc).

Certamente di passi avanti se ne sono fatti parecchi rispetto al passato, tuttavia è pur vero che l’omerica impresa di contrasto alla corruzione richiede qualcosa in più. Le statistiche internazionali dimostrano infatti come il fenomeno sia meno marcato in quei paesi che investono nella formazione delle nuove generazioni attraverso la diffusione della “cultura della legalità”. Devono pertanto apprezzarsi le iniziative dell’ANAC che ha avviato percorsi di sensibilizzazione con istituzioni scolastiche e universitarie. L’educazione all’etica pubblica ed al dovere civico rappresentano quindi un tassello imprescindibile in questa eterna battaglia.

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