Gig economy e nuovi ‘lavoretti’: opportunità o schiavismo?

Perché a far la guerra a Foodora e Deliveroo ci rimettono soltanto i più deboli.

E’ il tema caldo del mese, dibattuto nei principali talk show da manager, politici e sindacalisti.

Tutti (o quasi) a sparare a zero su “gli sfruttatori del terzo millennio”. Eppure no: ragioni di ordine giuridico innanzitutto, ma anche di opportunità, secondo un’analisi legata ai numeri, mi impongono di non accettare questa visione semplicistica e vincolata a un mondo – quello del posto fisso di Zaloniana memoria – che, volente o nolente, non esiste più.

Partiamo, come sempre, dal diritto. Ai sensi dell’art. 2094 del codice civile, “è prestatore di lavoro subordinato chi si obbliga mediante retribuzione a collaborare nell’impresa, prestando il proprio lavoro intellettuale o manuale alle dipendenze o sotto la direzione dell’imprenditore”.

Carattere essenziale della subordinazione è, dunque, l’assoggettamento al potere direttivo (e quindi organizzativo e disciplinare) del datore di lavoro. Non a caso, infatti, il Tribunale di Torino, chiamato a definire il rapporto di lavoro tra riders e società, l’11 aprile scorso si è espresso per i caratteri autonomi dello stesso: i fattorini decidono unilateralmente, direttamente tramite app, quando lavorare.

Ma passiamo ai numeri: stando ai sondaggi, il 90% dei riders non reputa il proprio lavoro una sistemazione definitiva, ma al contrario una via per arrotondare con poche ore di pedalata; il 93% lo consiglierebbe persino ad un amico. E di questi, si noti, la maggior parte è composta da studenti che, per pagarsi gli studi o concedersi qualche sfizio scelgono, consapevolmente, Deliveroo, Foodora, Glovo o JustEat: niente di più semplice (la selezione è pressochè nulla) e niente di più flessibile ed immediato.

Conviene a tutti. I riders scelgono quando lavorare e guadagnano 5 euro lordi a consegna (di cui 3,60 netti e 1,40 tra contributi INPS e copertura INAIL contro infortuni) più mance. Non cifre astronomiche, è chiaro, ma tutt’altro che una busta paga indecorosa come i nuovi Camusso dei salotti vogliono farci credere. E il fulcro del ragionamento è esattamente questo: perché se un ragazzo decide consapevolmente – e, stando ai sondaggi, persino con soddisfazione – di racimolare dei denari trascorrendo su una bicicletta il proprio tempo libero, dovrebbe arrivare qualcuno dall’alto regolamentare un rapporto così funzionale e funzionante?

Perché i riders hanno tutto il diritto di ottenere migliori termini e condizioni contrattuali e questo non è in discussione. Ma la soluzione è la contrattazione collettiva, non di certo leggi e decreti illusori e fuori contesto, il cui unico esito sarebbe far scappare i pochi che ancora investono nel nostro Paese.

Siamo tutti riders, ma il governo non si intrometta.

Commenti

commenti