La rivoluzione illiberale

In fondo, in fondo tutti abbiamo tirato un sospiro di sollievo quando il Capo dello Stato è uscito con volto sorridente e soddisfatto, annunciando che si era trovata una quadra sul Governo. Poi è arrivato il giorno del giuramento, l’incredulità di Di Maio, la pragmatica scompostezza di Salvini, i braccialetti, le gambe aperte. Poi i fasti del 2 Giugno. E i primi veri problemi, dopo gli inni, il minuto di silenzio, il Governo del Cambiamento ha giocato il calcio d’inizio.

E Giuseppe Conte ha abbandonato il ruolo di regista iniziale, per riservarsi quello di un timido mediano. Mentre Matteo Salvini ha assunto le vere redini del Governo. Relaziona sul caso Aquarius, occupa la poltrona del Presidente del Consiglio, si prende gli applausi. A dettare la linea è proprio lui: l’indirizzo politico è dello stesso colore della Lega, un blu acceso, quasi elettrico.

Del resto qualcuno lo aveva previsto, un movimento con un impianto idelogico già di per sè scarso come i pentastellati, sarebbe stato assorbito da un partito con le idee abbastanza chiare come la Lega. Il M5S soffre di un deficit di idee, è bravo a cavalcare il malcontento, a fare opposizione, ma al Governo sta dimostrando per ora uno scarsissimo pragmatismo, rispetto al proprio alleato.

Mentre il nuovo Ministro degli Interni ha subito un pesante re-styling, quantomeno nei toni. E’ istituzionale, indossa più spesso la cravatta, urla di meno, spiega di più. Utilizza i toni di una Lega che si è seduta al tavolo dei potenti e ha dovuto imparare a convivere con i costumi e i modi del Palazzo. Quantomeno nelle forme, l’operazione di Giorgetti è riuscita. Ha votato un partito di urlatori al silenzio, spostando l’attenzione sui contenuti. E l’indirizzo dato rispecchia in pieno l’impianto ideologico di base: sovranismo allo stato puro, che a volte malcela una primordiale propensione al razzismo e alla xenofobia.

Ma Salvini è in gamba: sul caso Aquarius ha giocato la partita delle amministrative, e ha vinto il braccio di ferro con l’Europa. Il campo di battaglia è rimasto immacolato: 0 morti, 0 feriti. Matteo spiega: non respingeremo tutti, ma solo chi arriva sulle navi delle ONG. E riceve consensi, applausi, aumenta il suo gradimento e nella settimana dopo diventa il leader politico più seguito sui social. Poi torna alla carica e annuncia il censimento degli zingari, scatenando l’ira delle opposizioni che già gridano al fascismo.

Adesso, potremmo dire che in fondo non è cambiato nulla, Salvini si sta sorprendentemente mantenendo coerente con le promesse della campagna elettorale. Ha annunciato rigidità e sta agendo di conseguenza. Il dato sorprendente è una Lega in continua ascesa nei sondaggi, che qualche giorno fa ha superato il M5S. Il modello Salvini piace: è innegabile.

Rispetto alla stagione dei diritti, delle libertà, è arrivato il momento  della rigidità, del pugno duro. E’ atteso un lungo periodo di crisi delle democrazie liberali: una fase in cui per uscire dalla tempesta la nave ha bisogno del nocchiere più sicuro, o quantomeno del più rassicurante. Il paradigma di questa stagione di cambiamento è l’uomo forte al comando: che batta i pugni sulle scrivanie dei potenti di tutto il mondo, che protegga i confini dall’invasore. Che alla cooperazione contrapponga l’isolazionismo.

E soprattutto che sappia parlare alla pancia, all’emozione perchè i discorsi lunghi e complicati stancano e non rassicurano per niente. Matteo Salvini risponde all’identikit, come i vari Orban, Trump, Erdogan e compagnia bella. E’ una fase politica: ne seguiranno altre, si spera..

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