Accesso alla professione forense: ecco cosa cambierà da ottobre

Nuove regole in arrivo per i neopraticanti avvocati

A sei anni di distanza dalla l. 247/2012 che, all’articolo 43, prevedeva l’istituzione di corsi di formazione obbligatori ai fini dello svolgimento dell’esame di Stato per l’abilitazione alla professione forense – aggiuntivi, rispetto alla pratica tradizionale –  è “finalmente” entrato in vigore il relativo regolamento d’attuazione (d.m. 17/2018).

Per gli iscritti all’albo dei praticanti dal 27 settembre – il decreto si applica con decorrenza posteriore al centottantesimo giorno successivo alla sua entrata in vigore (31 marzo) – dunque, cambiano le regole del gioco: si aggiunge un ulteriore fardello ai già stressati dottori in giurisprudenza, come se non bastasse lo sdoppiamento tra udienze e studi legali.

I neopraticanti, infatti, dovranno partecipare a dei corsi di formazione semestrali per tutta la durata della pratica forense, organizzati dai consigli dell’ordine e dalle associazioni forensi giudicate idonee. Il loro contenuto, sia teorico che pratico, consisterà in approfondimenti di diritto civile, penale e amministrativo – sia penale che sostanziale – fino ad abbracciare il diritto commerciale e tributario; e ancora diritto dell’Unione Europea, diritto del lavoro e diritto internazionale privato, con lezioni ad hoc sulla tecnica di redazione degli atti giudiziari in conformità al principio di sinteticità e dei pareri stragiudiziali nelle varie materie del diritto sostanziale e processuale.

Il tutto, non senza oneri economici: ai sensi dell’art. 6, infatti, i soggetti organizzatori potranno (e, probabilmente, così sarà) prevedere la corresponsione di una quota di iscrizione, destinata alla copertura delle spese di organizzazione e degli eventuali compensi ai docenti.

Insomma, oltre il danno la beffa, soprattutto se si pensa che per ottenere il certificato di compiuto tirocinio, necessario per lo svolgimento dell’esame di Stato, bisognerà superare delle prove intermedie – pure queste a cadenza semestrale – ed una prova finale, composta da 40 domande a risposta multipla elaborate da una Commissione istituita presso il Ministero della Giustizia.

Ora, se è evidente – e condivisibile – la ratio di questo intervento normativo, cioè quella di creare una selezione ulteriore per l’accesso a una professione mai come oggi “sovraffollata” (Lazio e Campania contano più professionisti di tutta la Francia), criticabile eccome è, invece, lo strumento adottato.

La selezione, sacrosanta se si ritiene che il merito debba contare ancora qualcosa, se fatta a valle e in maniera oltretutto eccessiva, tuttavia, ha come unica conseguenza quella di frustrare le aspettative lavorative di chi, comunque, un percorso lungo e faticoso l’ha già compiuto. Molto più equo sarebbe, invece, selezionare a monte, assicurando ai neodiplomati la possibilità di scegliere un percorso alternativo sin da subito e non dopo 5 tortuosi anni di sacrifici e rinunce.

Perché gli avvocati sono troppi, è vero, ma questa di certo non sarà la soluzione.

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