Conoscere per comprendere: Giorgio Ambrosoli

La storia dell'avvocato milanese che indagò sulla Banca Privata Italiana di Michele Sindona e fu ucciso a Milano 39 anni fa

La vicenda di Giorgio Ambrosoli è stata molto raccontata sui giornali italiani, è stata oggetto di film e libri ed è considerata in generale emblematica di un particolare periodo storico italiano. Giorgio Ambrosoli – che veniva da una famiglia borghese milanese, politicamente era vicino ai monarchici e aveva studiato Giurisprudenza a Milano e si era specializzato come avvocato nel settore fallimentare – nel 1974 era stato scelto dall’allora governatore della Banca d’Italia, Guido Carli, come commissario liquidatore della Banca Privata Italiana, che era stata portata quasi al fallimento da Michele Sindona. Ambrosoli aveva il compito di esaminare la malmessa situazione economica della banca: durante le sue indagini si rese conto che c’erano gravi irregolarità nei conti della Banca e che i libri contabili erano stati falsati. Sindona aveva consolidati rapporti con pezzi della politica, della finanza e della criminalità organizzata siciliana.

Inoltre, Ambrosoli cominciò a ricevere pressioni e tentativi di corruzione perché impostasse il suo rapporto in modo da evitare l’arresto e l’incriminazione di Sindona: le pressioni diventarono in fretta minacce di morte. Alla fine delle sue ricerche, nonostante le minacce e le intimidazioni, Ambrosoli confermò la necessità di liquidare la banca e l’attribuzione delle responsabilità a Michele Sindona. Il 12 luglio 1979 Ambrosoli avrebbe dovuto sottoscrivere una dichiarazione formale per confermare la sua analisi sulla situazione della banca. Fu ucciso la sera prima.

DEXdTE9WAAEBrls

Ambrosoli era a casa sua a Milano con degli amici, per vedere un incontro di boxe. Squillò il telefono e rispose, ma dall’altra parte l’interlocutore restò in silenzio. Dopo la fine dell’incontro Ambrosoli accompagnò in macchina i suoi amici nelle loro case. Tornando indietro, mentre parcheggiava sotto casa sua, un uomo si accostò e con un pretesto lo fece scendere dall’auto, per poi sparargli quattro volte. Era il mafioso italoamericano William Aricò, che poi si scoprì essere stato ingaggiato proprio da Michele Sindona: Ambrosoli morì poco dopo sull’ambulanza.

Ambrosoli era consapevole dei rischi che correva a portare avanti questa indagine. Qualche anno prima aveva scritto una lettera a sua moglie Anna per spiegarle i motivi per cui non voleva rinunciare all’incarico:

Anna carissima, è il 25.2.1975 e sono pronto per il deposito dello stato passivo della B.P.I. (Banca Privata Italiana n.d. r.) atto che ovviamente non soddisfarà molti e che è costato una bella fatica. Non ho timori per me perché non vedo possibili altro che pressioni per farmi sostituire, ma è certo che faccende alla Verzotto e il fatto stesso di dover trattare con gente di ogni colore e risma non tranquillizza affatto. E’ indubbio che, in ogni caso, pagherò a molto caro prezzo l’incarico: lo sapevo prima di accettarlo e quindi non mi lamento affatto perché per me è stata un’occasione unica di fare qualcosa per il paese.

Ricordi i giorni dell’Umi (Unione Monarchica Italiana n.d.r.), le speranze mai realizzate di far politica per il paese e non per i partiti: ebbene, a quarant’anni, di colpo, ho fatto politica e in nome dello Stato e non per un partito.

Con l’incarico, ho avuto in mano un potere enorme e discrezionale al massimo ed ho sempre operato – ne ho la piena coscienza – solo nell’interesse del paese, creandomi ovviamente solo nemici perché tutti quelli che hanno per mio merito avuto quanto loro spettava non sono certo riconoscenti perché credono di aver avuto solo quello che a loro spettava: ed hanno ragione, anche se, non fossi stato io, avrebbero recuperato i loro averi parecchi mesi dopo.

I nemici comunque non aiutano, e cercheranno in ogni modo di farmi scivolare su qualche fesseria, e purtroppo, quando devi firmare centinaia di lettere al giorno, puoi anche firmare fesserie. Qualunque cosa succeda, comunque, tu sai che cosa devi fare e sono certo saprai fare benissimo. Dovrai tu allevare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori nei quali noi abbiamo creduto [… ]. Abbiano coscienza dei loro doveri verso se stessi, verso la famiglia nel senso trascendente che io ho, verso il paese, si chiami Italia o si chiami Europa.

Riuscirai benissimo, ne sono certo, perché sei molto brava e perché i ragazzi sono uno meglio dell’altro [… ].

Sarà per te una vita dura, ma sei una ragazza talmente brava che te la caverai sempre e farai come sempre il tuo dovere costi quello che costi. Hai degli amici, Franco Marcellino, Giorgio Balzaretti, Ferdinando Tesi, Francesco Rosica, che ti potranno aiutare: sul piano economico non sarà facile. Ma – a parte l’assicurazione vita – (…).

Giorgio

 

Michele Sindona fu processato nel 1986 e condannato all’ergastolo come mandante dell’omicidio di Giorgio Ambrosoli. Morì due giorni dopo per avvelenamento da cianuro di potassio: la sua morte viene considerata un suicidio perché il cianuro di potassio ha un odore particolarmente forte e per questo si pensò che difficilmente avrebbe potuto ingerirlo senza saperlo.

Giulio Andreotti fu più volte accostato a Sindona nel corso della sua carriera politica, e dell’avvocato Ambrosoli disse che «se l’andava cercando». Poi si scusò e disse di essere stato frainteso. Il 7 maggio del 2013 il figlio di Giorgio Ambrosoli, Umberto Ambrosoli, anche lui avvocato e consigliere regionale in Lombardia, lasciò l’aula del Consiglio durante il minuto di silenzio in ricordo di Giulio Andreotti, che era morto il giorno prima. Ambrosoli spiegò: «Non è il caso di fare polemica, è comprensibile che in occasione della morte di una persona che ha ricoperto ruoli di primo piano le istituzioni lo commemorino, ma le istituzioni sono fatte di persone ed è legittimo che ognuno faccia i conti con il significato che alla storia di ciascuna persona si vuole dare. Ci sono lati oscuri della sua vita, verso i quali ciascuno ha sensibilità diverse, questi elementi contano anche nel momento del ricordo che deve essere senza polemiche, né contrasti».

 

“In testa alle priorità io ne metto una irrinunciabile: l’onestà”. 

Giorgio Ambrosoli [17/10/1933 – 11/07/1979]

 

Commenti

commenti