Nel 2018 è boom di Spioni! Pregi e difetti del “Whistleblowing”

Risale a pochi giorni fa il terzo rapporto annuale riguardo i casi di “whistleblowing” da cui emerge un numero di segnalazioni quasi pari a quello registrato nell’intero 2017. Seppur il dato sia incontrovertibile e confermi l’utilità dello strumento, non bisogna cadere preda di facili illusioni, in quanto sono rilevanti le criticità dell’istituto e il dato emergente non è sempre significativo, ma partiamo con ordine.WhistleblowingLa figura del “whistleblowing” (soffiatore nel fischietto) trova origine nel diritto anglo-sassone. È stato l’ampio successo che l’istituto ha riscosso nei sistemi di common law a spingere il nostro legislatore ad introdurlo anche nel nostro ordinamento. La sua forma primigenia è stata prevista dalla legge “Severino”, che ha creato un canale per le segnalazioni delle irregolarità avvenute sul luogo di lavoro da parte dei dipendenti di enti pubblici. Lo scorso novembre con la legge n. 179/2017 l’istituto ha subito delle importanti modifiche in primis con riferimento all’ambito applicativo della disciplina, oggi esteso anche agli enti privati, e in secundis con riferimento alle tutele accordate al whistleblower. In particolare nei suoi confronti non potranno comminarsi sanzioni di carattere ritorsivo quali demansionamenti, trasferimenti o addirittura licenziamenti. Il whistleblower avrà a disposizioni numerosi canali per denunciare l’irregolarità, potendosi rivolgere alternativamente al responsabile della prevenzione corruzione e trasparenza (istituito presso ogni ente pubblico), all’ANAC o ancora all’autorità giudiziaria, rimanendo peraltro la sua identità protetta in maniera più o meno efficace a seconda del tipo di illecito.
Ebbene dall’ultimo rapporto ANAC può notarsi come le segnalazioni siano aumentate a dismisura, essendo addirittura raddoppiate rispetto al 2017. In particolare da gennaio a maggio 2018, i fascicoli aperti dall’Anac sono stati 334, in tutto il 2017 sono stati 364, nel 2016 erano 174 e nel 2015 erano appena 125. Il 42,8% delle segnalazioni sono state effettuate al Sud, il 32,3% al Nord, il 21,8% al Centro e più in generale rileva il fatto che il 90% di queste provenga dal settore pubblico (MEF, agenzia delle entrate, enti locali etc).
Nonostante il trend sia sicuramente incoraggiante e stia diminuendo progressivamente la generale assuefazione al malaffare, l’istituto del whistleblowing è facilmente strumentalizzabile per dar sfogo a invidie, disagi e frustrazioni personali. Appunto per quest’ultimo motivo il dato che emerge, potendo risultare “inquinato”, merita di essere valutato attentamente. Un’ulteriore defezione riguarda poi la difficoltà applicativa riscontrata nel settore privato. Melius mentre nel settore pubblico la garanzia del whistleblowing è obbligatoria, nel settore privato l’istituto è obbligatorio solo per quelle realtà che abbiano adottato anche un modello di prevenzione per il rischio reato (c.d. modello 231). In assenza di tale modello, che non è obbligatorio, il dipendente sarà privato dell’importante tutela.
Seppur sia opportuno attendere almeno il corso dell’anno per una valutazione più accurata e affidabile e nonostante la permanenza di alcune importanti criticità, le qualità dell’istituto appaiono indubbie. Grazie ad esso i dipendenti fungono da “sentinelle”, essendo coinvolti direttamente dallo Stato al fine di far emergere illeciti ed irregolarità. Come sostenuto dall’Ocse, per il contrasto del fenomeno corruttivo è necessario un controllo sociale diffuso e certamente il whistleblowing è un ulteriore passo in avanti verso questa direzione.

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