Patti parasociali e opzioni put: via libera al recupero del capitale investito.

La Cassazione, con sentenza 4 luglio 2018, n. 17498, ha ribaltato l’interpretazione tradizionale che le inquadrava nei cd. patti leonini.

In un contesto economico-sociale che, dopo la crisi mondiale del 2008, è radicalmente mutato, è sempre più frequente il ricorso ai patti parasociali da parte dei finanziatori di società. Essi, pur mossi dall’intento di investire capitali, preferiscono tutelarsi tramite accordi che regolano ex ante determinati aspetti della vita sociale quotidiana.

I patti parasociali sono, infatti, quei contratti stipulati tra i soci – e in quanto tali con efficacia meramente inter partes – con i quali essi stabilizzano gli assetti proprietari o il governo della società (art. 2341 bis c.c.).

Tipici esempi di patti parasociali sono i sindacati di voto, che hanno per oggetto l’esercizio del diritto di voto in assemblea, o i sindacati di blocco, che pongono limiti al trasferimento delle azioni o degli altri titoli partecipativi.

E’ ben risaputo che i patti parasociali, oltre ad incontrare limiti temporali diversificati a seconda del tipo di società (quotata, facente ricorso al mercato del capitale di rischio ma non quotata, chiusa) – il cui obiettivo è quello di non cristallizzare il governo societario, consentendone il ricambio e la contendibilità – incontrano un limite invalicabile nel divieto di patto leonino.

Il divieto di patto leonino, da intendersi quest’ultimo come “il patto con il quale uno o più soci sono esclusi da ogni partecipazione agli utili o alle perdite” (art. 2265), è chiaramente funzionale ad impedire una pericolosa dissociazione tra la partecipazione al rischio d’impresa e la qualità di socio. Sarebbe un pericolo per l’integrità patrimoniale di ogni società – e di conseguenza per il sistema economico nel suo complesso – se fosse consentito che le decisioni più rilevanti venissero assunte da soggetti non partecipi agli eventuali riflessi negativi che dette decisioni dovessero avere sulle casse della società.

Ora, la giurisprudenza, sia di merito che di legittimità, ha fatto storicamente rientrare nei patti leonini l’opzione put, ossia quell’accordo, molto frequente nelle operazioni di M&A, tramite il quale un socio investitore pattuisce con un socio imprenditore che quest’ultimo compri, entro un orizzonte temporale determinato, la sua quota di partecipazione ad un prezzo almeno pari a quello d’acquisto.

Simili accordi sono stati sempre considerati vietati, e pertanto sanzionati con nullità: avere il diritto al rimborso di quanto precedentemente versato, equivale nella sostanza ad essere esonerato dal rischio di partecipare alle eventuali perdite della società. Eppure, nella sopracitata sentenza, la Cassazione ha ribaltato la tradizionale impostazione nell’approccio alle opzioni put, sostenendone la validità e, dunque, la meritevolezza di tutela, ogni qualvolta esse intervengano tra i soci senza intaccare la società. Questa, secondo l’interpretazione della Suprema Corte, in quanto ente differente dotato di personalità giuridica, ne risulterebbe al contrario privilegiata, essendo l’inserimento di tale opzione funzionale all’ottenimento del finanziamento stesso.

Un ordinamento giuridico deve agevolare il flusso di risorse economiche e non ostacolarlo: è stato questo l’assunto ideologico di partenza degli ermellini che, così facendo, hanno danno dato un significativo riconoscimento alle istanze degli operatori economici in cerca di tutela negli investimenti.

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