La legittima difesa, prevista dall’art. 52 del codice penale, costituisce da sempre oggetto di ferventi discussioni politiche tra chi vorrebbe ampliarne l’ambito applicativo e chi invece, temendo un uso incontrollato delle armi, si attesta su posizioni più moderate.

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A surriscaldare un clima già bollente si aggiunge poi l’interpretazione secondo cui«non è invocabile la scriminante della legittima difesa da parte di colui che accetti una sfida oppure reagisca ad una situazione di pericolo volontariamente determinata o alla cui determinazione egli stesso abbia concorso e nonostante disponga della possibilità di allontanarsi dal luogo senza pregiudizio e senza disonore». In altre parole se si può scappare da una situazione di pericolo, non può invocarsi la scriminante della legittima difesa, che deve essere considerata l’extrema ratio.
Il principio suesposto è stato sancito dalla Corte di Cassazione con la sentenza n.33707che ha confermato la condanna a sei anni e due mesi per Umberto Stregapede, reo di aver ucciso con 31 coltellate Stefano Petroni, convivente con la sorella, a causa delle minacce rivolte dalla vittima alla famiglia dell’assassino.

La difesa dell’imputato aveva tentato invano di farsi riconoscere la legittima difesa o perlomeno l’eccesso colposo di legittima difesa, sostenendo che l’unico intento dell’assassino fosse quello di mediare tra le due famiglie e dissuadere la vittima da azioni violente, e non quello di affrontarla. Tale motivo avrebbe spinto l’imputato ad attendere disarmato sotto casa l’arrivo del compagno della sorella. Quest’ultimo, forte della sua prestanza fisica e in evidente stato d’alterazione dovuto all’uso di alcool e droghe, spingeva l’imputato fino a farlo cadere a terra. Pertanto l’imputato, pervaso da un forte sentimento d’ira, sottraendo il coltello alla vittima, lo colpiva più volte “senza intenzione violenta”.

Nonostante le ragioni addotte dalla difesa, la Corte Costituzionale ha riconosciuto solo la circostanza attenuante della provocazione, rigettando le altre richieste. Secondo i giudici ermellini l’imputato «aveva liberamente scelto di affrontare il suddetto soggetto, senza essere spinto dalla necessità di difendere i propri familiari, implicitamente accettando qualunque conseguenza che sarebbe potuta scaturire da quella sua condotta».

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I giudici aggiungono peraltro che il coltello sottratto alla vittima sarebbe potuto essere semplicemente “brandito” anziché utilizzato e che i numerosi fendenti, rivelatisi nel complesso letali, sarebbero stati inferti in un momento in cui la vittima, già caduta a terra perché colpita, era inerme e incapace di rappresentare un pericolo.

La pronuncia giurisprudenziale si pone quale ulteriore tassello di un complicato puzzle in cui lo spirito di riforma si lascia spesso traviare dall’emotività popolare. Qualora si decidesse di intervenire sull’attuale sistema, sarebbe auspicabile un’accurata ponderazione degli interessi in gioco come richiesto normalmente dalla delicata materia penale.

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