Conoscere per comprendere: Libero Grassi

La storia dell'imprenditore tessile ucciso dalla mafia 27 anni fa per aver denunciato la richiesta del pizzo.

29 agosto 1991, ore 7:25. Libero Grassi è sul balcone della sua casa, insieme alla moglie. Scambiano poche parole e Libero si avvia verso la porta d’uscita. Cinque minuti dopo esce dal portone e si dirige verso l’auto. Salvino Madonia e Marco Favaloro sono già appostati e aspettano che Grassi esca di casa. Il boss comanda al suo complice di tenere il motore accesso e lo sportello aperto per la fuga. Scende dall’automobile, nascondendo un calibro trentotto nel giornale, e segue la vittima. L’imprenditore svolta per via Alfieri e il killer arriva alle sue spalle, punta la pistola e spara quattro colpi, uno al petto, tre alla testa. Perse così la vita uno dei simboli della lotta alla criminalità organizzata.

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Libero Grassi nacque a Catania nel 1924, in una famiglia antifascista: era nato poco più di un mese dopo l’assassinio di Giacomo Matteotti, e fu chiamato così – raccontò lui stesso – in memoria del deputato socialista ucciso dai fascisti per essersi opposto a Benito Mussolini. A otto anni la sua famiglia si trasferì a Palermo, dove Libero studiò al liceo Vittorio Emanuele; nel 1942 si trasferì di nuovo con la famiglia, questa volta a Roma, dove frequentò inizialmente la facoltà di Scienze Politiche. Per evitare di combattere nella Seconda guerra mondiale, però, entrò in seminario. Al termine del conflitto, decise di tornare a Palermo e si iscrisse a Giurisprudenza. All’inizio degli anni Cinquanta Grassi mise in piedi un’azienda a Gallarate, in provincia di Milano, con il fratello Pippo, e si inserì nell’ambiente della borghesia industriale milanese. Dopo l’esperienza a Milano, fondò una società propria a Palermo: si chiamava MIMA e produceva biancheria da donna, ebbe grande successo ed arrivò presto ad avere 250 operai.

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Negli anni Sessanta Grassi diventò un editorialista per diversi giornali siciliani ed entrò nel Partito Repubblicano Italiano. All’inizio degli anni Settanta entrò in società per creare una nuova azienda, questa volta specializzata in energia solare, che però fallì. Ebbe dunque problemi economici anche con la sua azienda tessile, a cui seguirono intorno alla metà degli anni Ottanta le prime minacce della mafia siciliana, che intimò a Grassi di pagare il pizzo. Quando ad inizio 1991 la cosca dei Madonia, appartenente a Cosa Nostra, bussò nuovamente alla porta per il versamento del pizzo, l’imprenditore trovò il coraggio di opporsi duramente e di rimandare al mittente tali richieste e minacce attraverso una lettera al “Caro estortore” pubblicata sul Giornale di Sicilia il 10 gennaio 1991. Un gesto rivoluzionario per l’epoca, dove l’imprenditoria era per la maggior parte distorta e manovrata dalla mafia che decideva cosa fosse lecito o illecito, chi doveva guadagnare o chi no. Un atto di guerra a Cosa Nostra di un comune cittadino. La netta posizione di Grassi venne ripresa da giornali locali, dal “Corriere della Sera” e qualche strascico su “la Repubblica”. Tutto il resto della stampa sembrò ignorare l’accaduto. Il prefetto, Mario Jovine, e il questore, Fernando Masone testimoniarono la loro vicinanza offrendogli la scorta, ma Libero la rifiutò e simbolicamente consegnò le chiavi della fabbrica alla polizia.
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Molti fax di sostegno arrivarono da tutta Italia, ma i colleghi siciliani non offrirono la loro solidarietà a Libero Grassi. Proprio dalle parole del presidente degli industriali, Salvatore Cozzo, in un’intervista rilasciata al “Giornale di Sicilia”, emerse una presa di distanza dalla denuncia di Grassi e anche un invito a “chiudere la bocca”. 
Il 4 aprile 1991, il giudice istruttore di Catania, Luigi Russo, assolse i cosiddetti quattro cavalieri di Catania: Francesco Finocchiaro, Gaetano Graci, Carmelo Costanzo e Mario Rendo. Nella sentenza fu scritto nero su bianco che non fosse reato ottenere la “protezione” dei boss. Il giorno dopo la pubblicazione della sentenza, la reazione di Libero Grassi in un’intervista su Radio Radicale fu durissima: “È importante che noi da siciliani risolviamo questo problema con un atteggiamento preciso e dichiarato. Ognuno ha detto la sua verità, se uno la legge bene. Perché l’associazione industriale, anche a livello nazionale grossomodo ha detto: nessuna protesta per il pizzo. Questa è una verità. Nel senso che non c’è la protesta quando si paga. Un magistrato ha detto, in fondo, che se si vuole fare l’imprenditore industriale in Sicilia, bisogna mettersi il cuore in pace e mettersi d’accordo prima con la mafia. E personalmente a questo non ci sto!”.

Una settimana più tardi, l’11 Aprile, Grassi fu ospite di Samarcanda, la trasmissione che conduceva allora Michele Santoro su Rai Tre, dove spiegò «Io non sono pazzo, non mi piace pagare, è una rinunzia alla mia di dignità di imprenditore» e non risparmiò nessuno, tantomeno il giudice Luigi Russo: “Dico al dott. Luigi Russo … se tutti si comportano come me si distruggono le industrie? Se tutti si comportano come me si distruggono gli estorsori non le industrie!” e ancora “è quarant’anni che ci vivo [a Palermo], ancora non sono morto!”. 

Ecco il contenuto della lettera di denuncia di Libero Grassi, pubblicata il 10 Gennaio 1991 sul “Giornale di Sicilia”:

“Caro estortore,

Volevo avvertire il nostro ignoto estortore di risparmiare le telefonate dal tono minaccioso e le spese per l’acquisto di micce, bombe e proiettili, in quanto non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della polizia.

 

Ho costruito questa fabbrica con le mie mani, lavoro da una vita e non intendo chiudere… Se paghiamo i 50 milioni, torneranno poi alla carica chiedendoci altri soldi, una retta mensile, saremo destinati a chiudere bottega in poco tempo.

Per questo abbiamo detto no al ‘Geometra Anzalone’ e diremo no a tutti quelli come lui”.

Libero Grassi [19/07/1924 – 29/08/1991]

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