Conoscere per comprendere: Gaetano Costa e Ninni Cassarà

Furono entrambi uccisi dalla mafia il 6 Agosto, a distanza di cinque anni l'uno dall'altro.

Palermo. 6 Agosto del 1980. Una giornata calda, afosa. Il calare della sera non portava alcun beneficio. Gaetano Costa camminava lungo via Cavour, a pochi metri da casa. Camminava solo. Perché lui non voleva la scorta. Non voleva mettere in pericolo altre vite. Si avvicinò a una bancarella di libri. Sfogliò qualche pagina. Poi tre colpi partiti da dietro lo trafissero. Uno gli sfregiò il volto. Un agguato mafioso, alle spalle. Morì così Costa: dissanguato. A terra. Solo. Nel pieno centro della città.

Gaetano Costa, prima di essere procuratore, fu partigiano. Iscritto da giovane al Partito Comunista, quando ritornò nelle aule di giustizia, prima a Caltanissetta poi a Palermo, consegnò la tessera di partito. “Mai venne influenzato dalle sue idee politiche nel corso del suo lavoro. Non avrebbe mai pensato di fondare un partito una volta finito il suo percorso di magistrato, o di aderire a un partito mentre era in carica”, disse poi la moglie.

Costa ebbe il merito di capire come fosse cambiata la mafia. Di fronte alla Commissione Parlamentare, raccontò di come Cosa Nostra ormai si fosse radicata nei settori pubblici, controllasse gli appalti e li gestisse a proprio piacimento. La mafia era imprenditrice, quella dei “colletti bianchi”, non di lupare o altre amenità. Ovviamente, per contrastarla occorreva seguire le tracce – ben poche – del denaro sporco, fiume sommerso nelle banche compiacenti. Nel 1978 Gaetano Costa diventò Procuratore capo a Palermo. Era già consapevole delle difficoltà a cui sarebbe andato incontro: “Vengo in un ambiente dove non conosco nessuno, sono distratto e poco fisionomista. Sono circostanze che provocheranno equivoci. In questa situazione è inevitabile che il mio inserimento provocherà anche dei fenomeni di rigetto. Se la discussione però si sviluppa senza riserve mentali, per quanto vivace, polemica e stimolante, non ci priverà di una sostanziale serenità. Ma ove la discussione fosse inquinata da rapporti d’inimicizia, d’interlocutori ostili e pieni di riserve, si giungerà fatalmente alla lite”.

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Gaetano Costa, però, non era tipo da lasciarsi turbare. Anzi. Si fidava di pochi: il capo dell’Ufficio Istruzione, Rocco Chinnici, e l’altro grande amico, il giudice Cesare Terranova. Aveva preso in mano l’indagine avviata prima da Boris Giuliano, ammazzato nel 1979, e proseguita da Emanuele Basile, capitano dei Carabinieri di Monreale, ucciso anche lui, il 3 Maggio del 1980. Il tema dell’indagine era il traffico di droga gestito dalle famiglie importanti, quelle della Palermo altolocata: Spatola-Inzerrillo-Gambino. Il connubio tra Cosa Nostra siciliana e quella americana.

C’erano quaranta persone da arrestare. Il 9 Maggio del 1980 all’interno del Palazzo di Giustizia di Palermo, il procuratore Costa presentò le carte da firmare ai suoi sostituti, Pietro Grasso e Giusto Sciacchitano, che si rifiutarono di firmare. Quel procuratore integerrimo, lasciato solo dai suoi stessi colleghi, continuò senza batter ciglio il proprio lavoro. Il 14 Luglio del 1980 ordinò alla Guardia di Finanza alcune indagini ad ampio raggio sugli intrecci economici tra mafiosi e complici collusi, in tutta Italia. Sperava di trovare una soluzione agli assassinii dell’On. Piersanti Mattarella, Presidente della Regione Sicilia, e del giudice Cesare Terranova, caduti nel 1979. Purtroppo, neanche un mese dopo trovò anche lui la morte.

Vent’anni dopo, la vedova Rita Bartoli disse: In tutti questi lunghi, amari anni ho preferito tacere su quanto mi bruciava dentro, gelosa dei miei sentimenti e della appartenenza del mio dolore, delle mie emozioni: i sentimenti e le reazioni ho pensato appartenessero solo a me stessa e non potevano essere oggetto né di commiserazione dai parte dei probi, né di soddisfazione da parte dei reprobi”.

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Palermo. 6 Agosto del 1985. Ninni Cassarà scendeva dall’auto per arrivare al portone della sua abitazione quando un gruppo di nove uomini armati di fucile AK-47, appostati sulle finestre e sui piani dell’edificio in costruzione di fronte alla sua palazzina (al civico 77), sparò sull’auto. L’agente Roberto Antiochia, che era uscito dall’auto per aprire lo sportello a Cassarà, venne violentemente colpito dagli spari e morì. Cassarà spirò invece sulle scale di casa tra le braccia della moglie Laura, accorsa in lacrime dopo aver visto l’accaduto insieme alla figlia dal balcone della sua abitazione. 

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Ninni aveva iniziato la sua vita al servizio dello stato molto giovane, entrando in polizia e rinunciando alla carriera da magistrato. Prestò inizialmente servizio a Reggio Calabria, per essere poi trasferito a Trapani. Qui fu protagonista di un episodio singolare. Il questore Vanni Ajello gli affidò la guida della squadra mobile, dopo che il vecchio capo Aldo Peri era finito in carcere per sfruttamento della prostituzione. Cassarà mandò improvvisamente i propri uomini al Circolo Nuovo, il ritrovo più esclusivo della città. Gli uomini della mobile trovarono ai tavoli politici, professionisti, funzionari dello stato e signore in abito da sera intenti a giocare d’azzardo come se nulla fosse. Un oltraggio che non gli venne perdonato.

L’indomani mattina il questore lo convoca d’urgenza: gli vennero concessi 8 giorni di tempo per trovarsi un altro lavoro.

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Nel 1980 approdò dunque a Palermo e fu assegnato alla Squadra Mobile. Fu qui che iniziò la sua lotta contro il nemico, al fianco del commissario Giuseppe Montana e degli uomini del pool antimafia, in particolare di Giovanni Falcone, un amico che si fidava ciecamente di lui e che gli riservò sempre elogi e ringraziamenti negli anni successivi alla sua morte.
Ninni aveva un’autentica passione per il suo lavoro: nel 1982 redasse personalmente il rapporto detto dei “162”, dal numero dei mafiosi che componevano l’elenco. Rapporto che, in un’epoca in cui i computer non erano ancora diffusi su larga scala, fu di fondamentale importanza per gli illustri arresti degli anni seguenti.
“Sono convinto che per sconfiggere davvero il fenomeno mafioso, le istituzioni debbano impegnarsi nell’educazione alla legalità, soprattutto per le nuove generazioni”. 
Gaetano Costa [01/03/1916 – 06/08/1980]
Ninni Cassarà [07/05/1947 – 06/08/1985]

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