La stagione dell’insicurezza

Perchè l'insicurezza è la principale causa degli attuali cambiamenti politici

La società politica rappresenta la proiezione del nostro essere. E’ nella politica che si riflettono i valori dominanti e le tendenze del momento. Asseconda l’economia e le sue forme mutevoli, governa i fenomeni sociali, stabilisce tempi e regole del cambiamento. E la stagione politica attuale è la stagione dell’insicurezza, dalla quale i partiti traggono forza e consenso. L’insicurezza economica e sociale: figlia della crisi, delle grandi ondate migratorie e del terrorismo. Il collasso delle forme di assicurazione sociale, e le profonde contraddizioni dei modelli liberali hanno sostanzialmente modificato il ceto medio, che da sempre orienta il voto. E’ la parte di elettorato che smuove il maggior numero di consensi e condiziona di più i sondaggi.

Hanno vinto le proposte politiche che sono state in grado di assecondare esigenze di sicurezza e solidità. Le opposizioni brancolano ancora nel buio e sono incapaci di rispondere con visioni alternative a quelle finora elaborate. Ed ecco spiegato perchè i populismi sbancano e i partiti tradizionali falliscono: sono stati quelli che hanno capito maggiormente come capitalizzare gli istinti irrazionali del ceto medio, paura e rabbia.

La xenofobia è stata la risposta di chi ha infierito sulle paure e le insicurezze, malcelandosi dietro una fantomatica forma di patriottismo e amor proprio. Chi ha fatto leva sulla rabbia si è invece focalizzato sulla politica tradizionale, giudicata la vera responsabile della crisi e della disoccupazione: così i partiti che si definiscono un’alternativa hanno macinato voti proclamandosi “diversi”, bersagliando i simboli dell’establishment; i movimenti no vax non sono altro che un vessillo dello scetticismo e della sfiducia nei confronti della precedente classe dirigente.

Lo scontro politico 3.0 è una lotta duale tra: vecchia politica-nuova politica, società aperta-società chiusa. Le istanze che rappresentano hanno poi un corredo ideologico più che variegato, a volte inesistente, altre volte confuso. Lo scontro è tutto focalizzato sui punti cruciali del liberalismo, ostaggiati dalla nuova politica. Nell’idea che tutto ciò che ha minato, puntellato, diminuito la sovranità dello stato si è trasformato in una minaccia, tanto che confini e muri appaiono adesso come un disperato bisogno.

I flussi migratori e il terrorismo hanno rappresentato il colpo di fulmine, il casus belli, di una fetta della società politica da sempre intollerante al modello di una società senza confini, nemica del cosmopolitismo e che rivendica la necessità di uno Stato forte in un’epoca in cui gli stati moderni, così come li conosciamo, sono in crisi.

E dell’insicurezza si nutrono le figure forti, che spopolano anche tra i più equilibrati quando il sistema entra in crisi, intesa secondo il suo significato originale di cambiamento. Perchè ai cambiamenti si può reagire in due modi: governandoli o rifiutandoli. Per governarli bisognerebbe avere una certa dose di lungimiranza e le competenze adatte. Rifiutandoli, ci si espone al rischio di isolarsi; perchè a fare i conti con cambiamenti strutturali, il rischio è proprio quello di rimanere su posizioni vetuste e anacronistiche, o peggio ancora di rimanere tagliati fuori dai principali vantaggi e dai benefici del sistema.

L’isolazionismo è il principale freno del progresso; ma il rischio di una società troppo aperta è quello di perdere quel nocciolo duro di tradizioni, di consapevolezza di sè, fino ad arrivare al punto di smarrire la propria identità. Ed un popolo senza identità smettere di essere un popolo e diventa un assembramento di persone. Ma l’identità storica si costruisce col tempo e il trascorrere del tempo implica necessariamente dei cambiamenti. Senza cambiamenti, il rischio è quello di restare ancorati al passato, smarrendo per sempre la direzione verso il futuro.

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