ART NOT FOR ART’S SAKE

Risale a due giorni fa l’ultima provocazione del famoso street artist inglese Banksy che ha riaffermato la contrarietà alla commercializzazione delle sue opere postando sul suo profilo Instagram, con la scritta “going, going, gone..”, la foto che raffigura il momento in cui, durante l’asta di Sotheby’s a Londra, una delle sue opere più apprezzate e più “sentite “Balloon Girl” subito dopo essere stata acquistata al prezzo record di 1.042.000 sterline (1,18 milioni di euro) si è autodistrutta, scivolando verso il basso in un trita-documenti nascosto nella cornice d’oro. Circa 24 ore dopo appare sul suo profilo un altro video accompagnato dalla frase di Picasso“the urge to destroy is also a creative urge”, dove l’attivista inglese spiega come ha costruito pochi anni prima e il funzionamento del dispositivo, che si sarebbe azionato “nel caso in cui l’opera fosse finita all’asta”.

Fonte: Gazzetta.it
Fonte: Gazzetta.it

Un modo per opporsi alla musealizzazione dell’arte, e alla monetizzazione delle opere che, come spesso succede, ne svaluta il significato e, in questo caso, il messaggio storicamente legatogli. L’opera infatti è apparsa per la prima volta a Londra nel 2002 e raffigura una bambina, alla quale sfugge (o lascia andare, seguendolo con lo sguardo) un palloncino rosso a forma di cuore, e una scritta: “There is always a hope”. In seguito, Banksy, nel Marzo del 2015, in occasione del terzo anniversario della guerra civile siriana, ha rivisitato l’opera, sostituendo il viso della bambina con quello di una profuga, e ha aderito alla campagna #WithSyria proiettandola in monumenti di città importanti come Londra ed Amsterdam.

Dunque, non sorprende l’intervento dell’artista, che negli anni 2000 si è affermato nel panorama della street art, distinguendosi grazie alla prorompente necessità di comunicare messaggi a sfondo sociale e politico e di trasformare il tessuto urbanistico in un luogo di riflessione. In più la “performance” e il suo significato sembrano quasi necessari dal momento che è proprio con il suo intervento che l’arte di strada si muove dalla realtà underground per attirare l’attenzione e l’interesse dell’arte ufficiale, diventando “merce” ambita e pagatissima dai collezionisti di arte contemporanea che cavalcano l’onda di un nuovo mercato, in cui l’offerente vincitore dovrà, nella maggior parte dei casi, occuparsi della rimozione dell’opera dal posto in cui è stata creata.

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Con lo scopo di affrontare in modo satirico e provocatorio tematiche come “la società occidentale, la manipolazione mediatica, l’ omologazione, l’inquinamento, la guerra, l’omosessualità, lo sfruttamento minorile” , aiutato da talento e genialità , Banksy è divenuto un vero e proprio fenomeno culturale mondiale in poco tempo, re-interpretando le intenzioni che hanno distinto il semplice graffitismo dall’ “arte di strada” ossia il non limitarsi ad imporre il proprio pseudonimo all’interno di un contesto urbano ma l’aspirare a raggiungere un pubblico più vasto con opere diverse da una firma e semplici parole.

Per realizzare il tutto, l’iconica bomboletta spray comparsa negli anni ‘’60 ed usata per esprimersi sia dalla cultura Hip-Hop Americana che da quella punk-rock Europea è stata affiancata da altri “mezzi” quali manifesti, adesivi, installazioni, schermi e manichini. Secondo le fonti più accreditate, Banksy, originario di Bristol, si avvicina al mondo dei graffiti già alla tenera età di 14 anni, insieme a Robert Del Naja, conosciuto con lo pseudonimo “3D”, membro fondatore dei Massive Attack (dichiarato in molte interviste una delle sue influenze maggiori), ma se ne allontana presto, abbandonando le grosse lettere dallo stile newyorkese per avvicinarsi al mondo degli stencil. Proprio l’uso degli stencil ha rappresentato negli anni uno dei caratteri distintivi dell’attivista che ha ritrovato in questa forma d’arte, che rimanda ai cartelloni pubblicitari, agli slogan e ai loghi
a sfondo politico, una tecnica rapida per raggiungere la coscienza collettiva.

Lo stencil dunque è stato “l’arma” che gli ha permesso di affermarsi, ma ciò che ha segnato il passaggio da una realtà circoscritta a poche città Europee ad una realtà globale, ossia l’evoluzione dal semplice Banksy al “fenomeno Banksy” è stata la tecnologia, da egli stesso spesso criticata. La possibilità di fare filmati e di raggiungere un pubblico vasto grazie ai social ha rappresentato e ne rappresenta uno dei punti di forza; d ‘altronde i video sono un mezzo per documentare un’arte effimera ed evanescente come quella della strada, oltre che, di osservare le reazioni delle persone dopo la sua fuga rapida, parte integrante della creazione dell’opera. Per tale motivo si è affiancato a videomakers amatoriali come Thierry Guetta (destinato poi a diventare esso stesso uno street artist con lo pseudonimo di Mr. Brainwash, MBW) e ha deciso di produrre dei documentari sulla sua arte, mostrandosi ma senza svelare la sua identità. E’ diventato così il maggior esponente della “guerrilla art”, branca della street art caratterizzata dall’anonimato degli artisti, facendosi spazio oltre i muri delle città di tutto il mondo e arrivando così all’interno dei musei, dove ha appeso clandestinamente sue opere come la Madama con la maschera anti-gas, in magazzini dimenticati di Los Angeles, dove ha organizzato mostre con animali veri e veicoli fuori uso , in negozi di CD e in strutture come la barriera di separazione Israeliana (sulla quale nel 2005 ha realizzato 9 opere).

Ciò che rimane è che ha sfruttato la “moda” dell’anonimato (forse scelta consapevolmente per creare del mistero intorno alla sua figura o imposta da un’attività non ben vista dalle autorità) come strategia di marketing non per vendere le sue opere o la sua figura ma dei messaggi di denuncia. Infatti, è più probabile conoscere sue opere come “Spy booth”, denuncia sul controllo delle comunicazioni dei cittadini da parte delle autorità, oppure “Mobile lovers” gli amanti con lo smartphone, i “Kissing coopers” i due poliziotti che si baciano, o la famosa rivisitazione della scena di Pulp fiction, per non parlare dei famossissimi “rats”, piuttosto che essere informati sulle ricerche relative alla sua identità. «We’ve just been Banksy-ed» (cioè più o meno“siamo appena stati banksyzzati”) ha commentato uno dei dirigenti di Sotheby’s e l’opera probabilmente ha acquisito ancora più valore; dunque ci chiediamo: Banksy, che è stato così abile a far passare la sua identità in secondo piano rispetto al suo pensiero, lo sarà stato abbastanza da far cessare la speculazione economica esistente intorno alla sua figura?. La realtà è che forse il suo obiettivo non è quello di interrompere meccanismi così complessi e radicati nel tempo come il mercato dell’arte e il fanatismo collezionistico ma di comunicare che la sua non è semplice “arte per l’arte”.

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