GIOVANI: OLTRE LA “GENERAZIONE XANAX” C’E’ DI PIU’

Fotografia di una realtà ancora difficile da accettare.

Il 10 ottobre ricorre la Giornata Mondiale della salute mentale, istituita dall’OMS che, soprattutto quest’anno, punta la sua attenzione sui giovani e sul mondo che li circonda, con il quale si ritrovano a contatto e che, più di quanto si possa pensare, influisce sulla loro crescita sia a livello fisico sia mentale.

I giovani, soprattutto durante l’adolescenza, che rappresenta un periodo particolarmente complesso, ricco di cambiamenti e novità, si ritrovano ad affrontare il nuovo percorso di vita che li attende con due possibili approcci: forte carica ed entusiasmo, da un lato oppure paura, timore e ansia, sentimenti normali se presenti in maniera moderata, ma che possono diventare invalidanti e condizionanti se preponderanti. L’adolescenza è un periodo di limbo, di insicurezze, ci si sente vuoti e incompleti per un po’, acquistando la consapevolezza di non essere più dei bambini, ma di non essere ancora entrati nella dimensione degli adulti.

Questo senso di inadeguatezza, che non viene correttamente analizzato, compreso e metabolizzato, può rappresentare la fase iniziale di qualcosa di più grande, che può ripercuotersi in maniera permanente sulla vita del soggetto. Il ragazzo, in questo determinato momento è, non soltanto alle prese con la scuola, con il liceo e con un nuovo modo di approcciarsi allo studio totalmente differente rispetto al precedente, che già di per sé rappresenta un cambiamento, ma anche con le amicizie, con legami di vario tipo e le relazioni interpersonali; anche con la famiglia, finora vista come punto di riferimento, possono nascere conflitti e discussioni, solo per la semplice voglia di affermare la propria identità e per un comune senso di ribellione.

La mole di studio spesso eccessiva, il fallimento scolastico, la sensazione di non sentirsi all’altezza e di non raggiungere i risultati sperati possono essere fonte di forte stress, tanto da poter causare la cosiddetta “SINDROME BURNOUT”: non considerando soggetti appartenenti strettamente alla fascia adolescenziale, bensì alla categoria degli studenti universitari, diversi studi (tra cui, uno del “National Institute of Mental Health”, recentemente condotto) hanno evidenziato che moltissimi studenti, soprattutto iscritti alla facoltà di Medicina, soffrano di depressione/episodi depressivi (27.2%) e che alcuni di essi (11.1%) abbiano avuto intenzioni suicidarie; tuttavia, solo una piccola percentuale si sottopone a trattamento psicoterapeutico per risolvere il problema, rendendo preoccupante tale condizione, soprattutto considerandola a lungo termine.

Sebbene siamo nel 2018 e, volenti o nolenti, “costretti” a vivere in anni in cui tecnologia e Social Network fanno da padroni, questo spesso non è d’aiuto: sono molti i ragazzi che tendono a costruirsi vite parallele sul Web anche in maniera pericolosa e ad alienarsi completamente, arrivando addirittura a chiudersi in casa: si è, infatti, diffuso anche in Italia il fenomeno giapponese degli “hikikomori”, condizione allarmante che consiste in un progressivo ed estremo isolamento, dettato da ragioni personali, ma anche sociali.

Altra condizione frequente e di forte impatto è rappresentata dai Disturbi Alimentari: il 15 marzo, da ormai sette anni, si celebra la giornata del “Fiocchetto Lilla”, diventato ormai simbolo di tali patologie, spesso sottovalutate, ma destinate a lasciare esiti sulla persona stessa, se non si interviene adeguatamente; un’idea avanzata recentemente è rappresentata dall’introduzione, in Pronto Soccorso, del “codice lilla”, in modo da poter riconoscere pazienti affetti da tale disturbo ed indirizzarli verso il reparto più idoneo in base alle condizioni, ovviamente tutto tentando di agire più tempestivamente possibile. Tuttavia, sebbene sia stato proposto, non è stato ancora messo in pratica, ma sicuramente rappresenterebbe un utile strumento di prevenzione.

L’esistenza di questi disturbi (non solo) e la scoperta della fragilità e della vulnerabile personalità dei soggetti affetti da questi ultimi ci permette di fare leva su un punto centrale: il ruolo rivestito dagli amici, dai familiari, dal contesto nel quale l’individuo è inserito. Potrebbe sembrare strano, ma è altrettanto vero (e spesso documentato) che, in molti casi, si tratta di persone che non sono serene nell’ambiente familiare, che hanno difficoltà ad instaurare dei rapporti con i propri coetanei, per i motivi più svariati; possono avere genitori opprimenti, invadenti, intrusivi, a tal punto da impedire loro di sviluppare una propria identità e di “tagliare il cordone ombelicale” per poter vivere tranquillamente la propria età. Tutto ciò viene vissuto come un grande disagio e i sentimenti avversi, invece di essere esternati, vengono repressi: nasce una grande frustrazione che, sicuramente sulla base di una predisposizione, può scatenare e slatentizzare un disturbo mentale.

Se da un lato, una famiglia troppo presente e iperprotettiva può essere nociva per il proprio figlio, dall’altro, anche genitori poco presenti possono esercitare dei danni: il ragazzo potrebbe sentirsi abbandonato e, per ricercare attenzione, potrebbe iniziare a fare utilizzo smodato di sostanze, sia in termini di droghe e farmaci sia di alcolici. Quando si parla di “tossicodipendenze”, sebbene il termine includa anche l’aspetto farmacologico, la nostra mente pensa subito a droghe, come la cannabis (che, secondo alcuni studi, sarebbe capace di slatentizzare un’eventuale psicosi o un disturbo depressivo, sempre sulla base di una forte predisposizione genetica e tenendo in considerazione la natura multifattoriale di questi disturbi), la cocaina, l’eroina, le droghe sintetiche. Tuttavia, una cosa che mi ha sempre colpita è la facilità con la quale molti giovani ricorrano agli psicofarmaci (gettonatissimo, a quanto pare, l’Alprazolam, noto a tutti come Xanax): parlano dello Xanax, si vantano di averlo preso, sentono di averne bisogno… ne hanno davvero? Siamo stati denominati “generazione Xanax” e lo trovo un po’ triste, sicuramente non riferendomi a tutti coloro i quali abbiano davvero bisogno di assumerlo, bensì alla restante parte, che lo fa per moda, per il gusto di provarlo, senza comprendere minimamente che si tratta di farmaci seri, prescritti e utilizzati per patologie che spesso arrivano ad interferire con le normali attività quotidiane, con la qualità della vita, con tutto.

Altra cosa che, oltre ad avermi stupita, mi ha fatto riflettere: la facilità con la quale, tutti i giorni, vengano utilizzati termini come “bipolare”, “pazzo”, “depresso”, “schizzato” e sinonimi. Le oscillazioni del tono dell’umore sono fisiologiche nelle vita di ognuno: alcuni giorni (o in alcuni periodi) si è più tristi, in altri più felici, ma ciò che distingue un episodio depressivo da un semplicemente abbassamento del tono umorale è la durata e il fatto che probabilmente quel sentimento negativo si accompagni ad un determinato episodio spiacevole ma, poco dopo, passa. È molto comune generalizzare, fare una “auto-diagnosi” di depressione, anche se si tratta di un semplice momento “down” ma, probabilmente, non andrebbe fatto. Forse dovremmo imparare a chiamare correttamente le cose con il loro nome, dare un peso alle parole e non ignorare l’esistenza di patologie, soprattutto quelle mentali, soltanto perché avere a che fare con un malato psichiatrico è difficile, a volte quasi impossibile.

Sicuramente, ciò che distingue la psichiatria da tutte le altre branche della medicina è il fatto che la diagnosi, nella maggior parte dei casi, sia di tipo clinico: si basa, quindi, sull’anamnesi, su una specie di “intervista al paziente”, sulla raccolta dei dati, su ciò che vediamo in quel momento, ma anche su ciò che non vediamo e che non ci dice; indubbiamente, è complesso. Secondo le statistiche, è vero che il picco delle malattie mentali (soprattutto delle psicosi) si raggiunge intorno ai 24 anni, ma sono patologie che interessano sempre più frequentemente fasce d’età inferiori: un dato preoccupante riguarda il tasso più elevato di suicidi che, oltre che nella popolazione anziana, avviene negli adolescenti. I motivi sono riconducibili a quanto detto prima, soprattutto considerando la patologia depressiva ma, ricollegandoci, ad esempio, al mondo di Internet e del Web, molti di essi sono soggetti a Cyberbullismo e si ritrovano a dover fronteggiare situazioni più grandi di loro, nelle quali si sono ritrovati senza volerlo, ma la loro personalità non è sufficientemente forte e ben affermata da permettere loro di liberarsene, senza conseguenze di tale portata.

È qui e, a tal proposito, che parliamo di PREVENZIONE: innanzitutto, nonostante non sia facile, bisognerebbe imparare a cogliere dei segnali, soprattutto attraverso l’osservazione e l’ascolto, che sono gli strumenti più immediati e semplici di cui disponiamo. La patologia mentale è anche difficile da accettare, sia per chi la vive sia per chi è a contatto con il soggetto; sebbene ciò possa suscitare paura e far sì che si rimanga restii e irremovibili sulle proprie convinzioni, ignorando eventuali avvisaglie e rifiutandosi di agire, bisognerebbe rivolgersi a chi è competente in questo campo, intraprendendo percorsi psicoterapeutici e cercando di sostenere, attraverso qualsiasi strumento, l’individuo, senza fargli mai mancare fiducia e speranza.

In varie città d’Italia sono state avviate diverse iniziative, tra cui: mostre fotografiche, congressi da parte del SIP (Società Italiana di Psichiatria), eventi di ogni genere, proiezioni di film, con lo scopo di far arrivare, ad un pubblico più ampio possibile, il messaggio e conoscenze relative a questo ambito.

Con la giusta dose di empatia e le adeguate informazioni, possiamo fare tanto, superando gli ostacoli, costituiti da insormontabili silenzi e da parole non dette per paura dei pregiudizi, di un’ulteriore emarginazione, di essere additati come “diversi”, “strani”, semplicemente “malati”.
E invece, nessuno si salva da solo.

(Musica: Samuele Bersani – “En e Xanax”
Libri: Claudia Durastanti – “A Chloe, per le ragioni sbagliate”)

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