Abolizione valore legale laurea: un sempreverde dell’agenda grillina e leghista

Matteo Salvini: "dobbiamo mettere mano alla riforma della scuola e dell'università, affrontando la questione del valore legale del titolo di studio".

Cos’è il valore legare della laurea?

Da sempre, l’abolizione del valore legale della laurea è un cavallo di battaglia della Lega. Un tema che viene riproposto ciclicamente. Una questione che crea dibattito. Un dibattito che rischia di diventare sterile se ci si limita a parlare esclusivamente del titolo di studio, ignorando le anomalie del sistema universitario italiano. Il valore legale del titolo di studio certifica, a rigore di legge, che ogni laurea, a prescindere dall’ateneo in cui risulta essere stata conseguita, abbia la stessa valenza. Ciò significa che anche un laureato presso un’università del Sud, almeno teoricamente, sarà sullo stesso piano di un collega del Nord. La laurea, dunque, avrà anche lo stesso peso nei concorsi pubblici. Per essere ancora più precisi, il valore legale fa in modo che la laurea sia riconosciuta giuridicamente da tutte le pubbliche amministrazioni.

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Matteo Salvini intervistato da Skuola.net
Le dichiarazioni di Matteo Salvini

Dopo le dichiarazioni pronunciate da Matteo Salvini durante un intervento alla scuola di formazione politica della Lega, si è sollevato il consueto polverone. Da un momento all’altro l’università è tornata ad essere al centro dell’agenda politica. Questo il merito più grande del Ministro dell’Interno. Un merito che deve, però, continuare a conquistarsi. Il Ministro ha parlato di interventi mirati a riformare radicalmente il sistema universitario e scolastico italiano, in controtendenza con la “Buona scuola” di renziana memoria. Speriamo, dunque, a prescindere dalle nostre opinioni, che perlomeno l’università e la ricerca occupino una volta per tutte una posizione dignitosa nel dibattito politico.

I favorevoli all’abolizione

I favorevoli all’abolizione del valore legale della laurea, sostengono che sia necessario edificare un sistema maggiormente competitivo. Eliminando, dunque, il valore legale, a loro avviso, migliorerebbe anche il rendimento delle università italiane. Si darebbe ancora più peso all’ateneo in cui viene conseguito il titolo di studio. In base alla qualità dell’ateneo, la laurea assumerebbe un peso maggiore rispetto ad una università qualitativamente inferiore.

Stesso discorso sarebbe esteso ai concorsi pubblici. La laurea ottenuta in una università che risponde a criteri qualitativi alti, peserebbe di più rispetto ad un titolo raggiunto in un ateneo di seconda fascia. C’è da capire quali dovrebbero essere i parametri qualitativi che verrebbero presi in esame. La proposta (molto teorica) è di attribuire allo Stato il compito di prevedere una classifica delle università italiane in base ai risultati raggiunti a livello didattico. Non dovrebbe, dunque, più avere rilievo il voto di laurea. Oltre alla Lega, anche il Movimento 5 stelle appoggia l’iniziativa. A tal proposito, possiamo notare che il programma elettorale del 2009 si occupava già di tale proposta di abolizione. Una proposta che puntava ad eliminare in via definitiva il requisito del voto di laurea nei concorsi pubblici.

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I contrari

C’è una vasta fetta del panorama politico e accademico che risulta essere totalmente ostile all’abolizione del citato valore legale. I sostenitori di tale tesi temono che si creerebbe una eccessiva discriminazione tra gli atenei e tra gli stessi studenti. Verrebbero avvantaggiate le università che già sono fiorenti e ricche, a discapito dei centri universitari che stentano a sopravvivere.

Il punto centrale del dibattito

Una riforma che punti a rendere competitive tutte le università del nostro Paese sarebbe sacrosanta. Dare importanza ad un settore, come quello della ricerca, che è stato sempre snobbato perché non facilmente vendibile in campagna elettorale (dato che con la cultura non si mangia!), è più che legittimo. Bisogna, però, decidere quali siano effettivamente le priorità. La priorità è quella di creare un clima da stadio con annesse tifoserie o è quella di iniziare a pensare a cosa vogliamo fare delle nostre università? Salvini ha detto che “la scuola e l’università negli ultimi anni sono stati serbatoi elettorali e sindacali”.

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È l’abolizione del valore legale della laurea ad essere il problema o forse la questione principale è la spending-review sulla ricerca?

L’Italia, nonostante gli ultimi governi abbiano leggermente invertito il trend negativo, investe molte meno risorse rispetto ai competitors europei sul settore universitario. Spende soltanto 7 miliardi l’anno. Francia e Germania sono vicine a quota 30 miliardi. Per quale motivo, un ragazzo dovrebbe avere degli incentivi ad intraprendere una carriera universitaria che potrebbe non assicurargli un’esperienza formativa all’altezza delle proprie aspettative? Un dato che rispecchia ciò è la ridottissima percentuale dei laureati italiani. Solo il 26,9%, tra persone che hanno fra i 30 e i 34 anni, possiede una laurea. L’Italia è il penultimo paese della Ue, fanalino di coda è la Romania.

È sempre lo stesso discorso: mai andare oltre il proprio orticello. Guai ad affrontare il tema con una visione ad ampio raggio. Perché, invece, non iniziare a garantire uguali opportunità ad uno studente di una università pubblica rispetto ad un altro che può permettersi una privata e creare così maggiore competitività? Ma si sa. È molto più agevole schierarsi a favore o contro, piuttosto che fare i conti con la realtà!

 

 

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