Il giorno della civetta. Coraggio e omertà nella Sicilia del dopoguerra.

Nel 1961 veniva pubblicato per la prima volta il capolavoro di Leonardo Sciascia “Il giorno della civetta”, una storia che tratta delle indagini svolte dal capitano Bellodi riguardo a dei fatti di sangue accaduti in un anonimo paese della provincia di Palermo.

Questo romanzo breve, oltre a godere di una piacevole scorrevolezza tale da renderlo fruibile a tutti, ha anche il pregio di affrontare un tema molto spinoso per la Sicilia tanto cinquant’anni fa come adesso, ovvero la convivenza della popolazione dell’isola con lo strapotere della mafia. Infatti, tramite un’approfondita investigazione sia del delitto in questione sia della mentalità e della realtà sociale sicula, Sciascia crea una vicenda che analizza le caratteristiche culturali di questa terra tanto distante da Roma che hanno permesso l’affermarsi del fenomeno mafioso. Dal racconto emerge una società basata sull’onore, elemento essenziale per la vita di ciascun siciliano in quanto consente di ottenere il riconoscimento sociale e la possibilità di condurre un vita “rispettabile” all’interno del paese. Onorevole è chi si sottomette alla mafia, unica vera autorità locale, e non tradisce i compagni mafiosi. L’omertà domina fin dall’inizio la narrazione di Sciascia, all’interno della quale nessun personaggio è disposto a compromettere un compaesano e, di conseguenza, anche se stesso offendo una testimonianza al corpo dei carabinieri. Presi dalla paura delle conseguenze, tutti mantengono un ostinato silenzio che non permette alla verità di emergere.

Lo stesso concetto di verità viene osservato nel corso del romanzo da un’interessante ed emblematica prospettiva: la realtà in Sicilia è vera come la l’immagine della luna riflessa sul fondo di un pozzo che, non appena vi si getta il secchio per attingere l’acqua, scompare rivelando la sua essenza illusoria.

La conclusione del racconto ha luogo presso Parma, città natale di Bellodi, il quale, nonostante la stanchezza derivante dagli sforzi disumani volti a far luce sul delitto narrato, manifesta la caparbia volontà di continuare a «sbattere la testa» contro la reticenza della società siciliana. Dunque la storia si conclude con una nota positiva che mira a invogliare i lettori a non arrendersi all’apparenza delle cose, ma vuole spingere loro a perseverare fino a «sbattere la testa» contro il fondo del pozzo, dove risiede la verità.

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