Un’identità fragile

Quasi 160 anni di unità, due Costituzioni, due Guerre Mondiali, una monarchia, una dittatura, una repubblica. L’Italia dal 1861 in poi è stata tutto questo. Per secoli siamo stati un popolo diviso. O meglio più popoli che coabitavano nello stesso disgraziato (o benedetto) angolo di mondo che viene chiamato Italia. Un’espressione geografica, esattamente questo. Proprio così ci avrebbe definito nel periodo della Restaurazione il principe Von Metternich. Un popolo giovane, se si guardano gli altri Stati Europei: Regno Unito e Francia trovano unità e cominciano a guardarsi come stati unitari già a partire dal Medioevo. L’Italia dovrà aspettare il Risorgimento: e i moti del ’48, che per la maggior parte dei popoli europei sono un’occasione per reclamare diritti e una Costituzione, per gli italiani diventano il perfetto casus belli per ingaggiare la Rivoluzione e finalmente l’Unità.

Che poi questa fantomatica untà la volessero solo i Savoia è un’altra storia, e troverete facilmente un cantastorie che ve la sappia raccontare. Invece, la domanda a cui rispondere è banale, ma assai complicata è la risposta: Perchè i Francesi tappezzano di bandiere anche i ruderi, mentre gli italiani non le espongono neanche fuori dagli edifici pubblici? Il patriottismo, signori, non è un prodotto dei nazionalismi, né un’eredità dei fascismi: è la conseguenza di un’identità nazionale forte, il principale risultato di uno Stato che ha lavorato su coesione e partecipazione.

Ma cosa crea identità? Quali momenti fanno sentire un popolo coeso? La realizzazione di un’identità nazionale non è un processo semplice o comunque un processo che può essere facilmente pilotato. A fare fratelli i francesi non sono stati i lustri napoleonici e neanche le conquiste coloniali, ma il sangue e i morti della Rivoluzione. Perchè, come al solito, i meccanismi che governano le dinamiche collettive, sono gli stessi che governano le relazioni tra i singoli, solamente amplificate.

E così, a favorire la coesione di un  popolo, non sono i momenti di gloria o di merito, perchè sul carro dei vincitori vogliono tutti salirci: ma le guerre, le crisi e i periodi più oscuri. Per costruire una robusta identità nazionale è, prima di tutto, necessaria, una storia talmente lunga da inglobare guerre, pestilenze, crisi, tutte vissute insieme. La solidarietà aumenta la coesione, e la coesione genera identità. Qualcuno osò dire che l’unione fiscale degli USA, con la redistribuzione delle ricchezze agli stati più poveri fu una seconda Dichiarazione D’Indipendenza.

E già. Non basta il rigore di Grosso, o la Nazionale di Atletica Leggera. Sarebbe troppo semplice. Così un popolo respira la propria coesione e alimenta la propria identità, resistendo, lottando, sperando insieme. E non si tratta di essere reazionari o peggio ancora fascisti. Solo chi ha un’identità talmente forte da mettersi in discussione apre i confini per andare incontro al diverso. Solo quando c’è un depositum di tradizioni, memorie, ricordi comuni, diventa più semplice accogliere l’altro. Perchè forse, l’essenza del villaggio globale è proprio questa: uscire rafforzati dall’incontro col diverso, conoscere, viaggiare, spostarsi verso culture diverse, senza mai dimenticare da dove si è arrivati, avendo sempre in mente casa propria.

Sull’identità nazionale italiana c’è ancora molto da scrivere: le pagine di un paese che ancora si rivede sotto le bandiere delle varie regioni, in cui il regionalismo, la sussidiarietà, hanno semplificato la vita allo Stato Accentrato, ma hanno troncato sul nascere le speranze di dar vita ad un’identità comune.

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