Quando la cultura suscita odio

Pasquale Zagaria (meglio conosciuto con lo pseudonimo di Lino Banfi), rappresenterà l’Italia nella Commissione Unesco. Un incarico che di fatto è squisitamente simbolico e poco operativo. Onorificenza conferitagli da Luigi Di Maio in piena sintonia con il Ministro dei beni culturali Bonisoli.

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Luigi Di Maio insieme all’attore Lino Banfi.

Una notizia che, almeno secondo l’opinione di colui che scrive, potrebbe passare anche in secondo piano. Ma, di fatto, è il messaggio prodotto che dovrebbe indurci ad una riflessione. Lino Banfi, grande attore del piccolo schermo nazionale, ha come unica competenza (in tale ambito) il sorriso. Ammette che coloro che lo hanno preceduto avessero maggiori titoli ed una elevata professionalità. Erano dei “plurilaureati” che ne sapevano più di lui. Ma adesso è necessario un nuovo corso: quello della simpatia e della goliardia. Il povero attore non è di certo il responsabile di questo “New Deal”. Non ha fatto altro che accettare una proposta.

Questo incarico, però, contribuisce sempre di più ad accrescere una delle fratture sociali più evidenti che caratterizza il contesto italiano: quella tra i cattivi laureati e studiosi lontani dal mondo reale e gli uomini del popolo che si servono del buon senso.

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Un autentico odio sociale verso tutti coloro che provano a raggiungere un elevato livello di istruzione e formazione. Come se questi famosi “plurilaureati” rappresentassero l’ennesimo nemico da trafiggere. Questi uomini dotti costituirebbero quella fetta di società che non riesce a comprendere il contesto della vita quotidiana, i sacrifici della gente e le loro difficoltà economiche. I “plurilaureati”, ad avviso di coloro che provano questo tipo di odio, avrebbero come unico obiettivo quello di manipolare le menti con le loro manie da intellettuali. Dopo l’immigrato, probabilmente coloro che appartengono a tale losca categoria occupano il secondo posto nella classifica dei soggetti più odiati.

Cercare di rimanere costantemente informati, avere delle competenze tecniche ed intellettuali, è come se fosse una roba di nicchia. I ricercatori, i professori a contratto e gli associati avrebbero una posizione ed uno status sociale privilegiato. Gli studenti chiamati a svolgere periodi di tirocinio non retribuiti, anni di università con ingenti risorse economiche da investire sono persone che non hanno voglia di lavorare dopo la scuola. Fortunatamente questo non è il pensiero dominante ma è proprio di almeno una fetta di popolazione che deve sfogare il proprio odio represso verso qualcuno.

LA CATEGORIA DEI “PLURILAUREATI”

Ma davvero la categoria dei “plurilaureati” (termine che non indica necessariamente una persona che ha acquisito il rango sopraelevato di intellettuale) attualmente è così privilegiata?

Qualche giorno fa ho avuto una discussione con alcuni colleghi dell’università sullo status economico dei ricercatori universitari e dei professori a contratto. Non credevo che si trattasse di ruoli così poco gratificanti almeno in termini economici.

Secondo quanto rilevato da un questionario realizzato nel 2018 dalla “Rete dei precari della didattica e ricerca” dell’Università degli Studi di Bologna, in sinergia con FLC-CGIL (Federazione Lavoratori della Conoscenza), un professore a contratto in una università pubblica (avente una collaborazione esterna con l’ateneo di riferimento) guadagna tra i 4,28 e i 17,14 euro lordo/persona per un corso di 60 ore e tra i 3,75 e i 15 euro lordo/persona per un corso di 30 ore. 

Il più delle volte si tratta di docenti che devono svolgere altre professioni per poter dedicarsi alla ricerca e alla didattica. Una delle assegniste di ricerca che ha contribuito alla stesura del questionario, Barbara Gruning, denuncia che “l’immagine del docente a contratto esterno è quella del professionista della Lamborghini che viene a fare lezione a Bologna e non ha bisogno di questi soldi, ma in realtà questa figura quasi non esiste”.

L’Italia è il luogo in cui si parla di cervelli in fuga ma nello stesso tempo è anche il posto in cui si odia chi ne sa di più. Ci si riferisce ad un odio che è prodotto in primis a livello istituzionale. Secondo l’OCSE, organizzazione che annualmente fornisce i dati e le informazioni relative allo sviluppo economico, nel 2018 continua ad esserci in Italia un trend paradossale. Chi ha un livello di istruzione più elevato ha meno possibilità di trovare un’occupazione.

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Didascalia tratta da “Il Primato nazionale”.

“La spesa per studente, tra il 2010 e il 2015 è diminuita del 7%; lo stipendio di un’insegnante è sceso di 7 punti percentuali tra il 2010 e il 2016″.

LE CATEGORIE PIU’ COLPITE

Le categorie più colpite da tale enorme paradosso sono le donne e gli stranieri che si formano in Italia. Le donne si laureano più degli uomini. Ma lavorano meno ed hanno paghe più ridotte.

Il 40% del campione delle giovani donne non studia o non riesce a trovare lavoro dopo la laurea. Ma si sa, le lavoratrici donne potrebbero provocare una serie di rischi che è bene calcolare: come quello delle gravidanze!

Anche i laureati stranieri non se la passano benissimo. Gli stranieri con un’istruzione secondaria guadagnano il 30% in meno rispetto ai giovani italiani.

L’ODIO VERSO GLI “INTELLETTUALI”

I famosi “intellettuali” non è che siano così privilegiati. Il ruolo del professore sta perdendo ogni forma di dignità, specie nel caso degli assegnisti di ricerca che aspirano a diventarlo. Si investe sempre di meno sulla formazione. Il gap tra università pubbliche e private resta alto anche a livello di retribuzioni a favore del corpo docente. La questione dei tirocini non retribuiti (il caso più emblematico riguarda i laureati in Giurisprudenza) continua a tenere banco.

L’ipocrisia regna però sovrana: intervenire sul decantato fenomeno dei cervelli italiani in fuga rimane soltanto un tema da campagna elettorale. Ma quello che fa riflettere è l’odio, sia istituzionale che sociale verso la cultura e verso questi stessi cervelli (non necessariamente in fuga). La ricetta del sorriso è un buon espediente per distogliere l’attenzione ed individuare nuovi nemici che ci rendano uniti.

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