“Liberi di scegliere”: una dose di coraggio che reinventa una vita.

Il film che racconta un futuro ancora da scrivere.

Risale a ieri, 22 Gennaio 2018, in prima serata su Rai1, la messa in onda del film fiction in una puntata “Liberi di scegliere” riguardante l’esperienza di Roberto Di Bella, Presidente del Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria (nel film Marco Lo Bianco), lungimirante al punto da capire che non basta arrestare i mafiosi quando ormai sono diventati tali, che “prevenire è meglio che curare” e che l’anello debole di un sistema così intricato è il meccanismo “ereditario” su cui è basato, per cui è da quello che bisogna iniziare. Questo lungometraggio racconta una storia fondata sul coraggio di cambiare una realtà, di permettere ai giovani appartenenti a famiglie mafiose di cambiare la loro realtà, sottraendoli così ad un destino quasi certamente già scritto.

Bastano i dati Auditel a confermarne il successo: con il 17% di share si aggiudica il primo posto per ascolti.

Suggerisce un interessante spunto di riflessione il gap tra i dati di ascolto raggiunti ieri sera e la reale conoscenza di una realtà così complicata e delicata: dà speranza sulla funzione educativa della televisione che, ogni tanto, sembra si sia persa per strada. Generalmente, infatti, si parla della mafia e dei suoi “rami” come fossero astratti, come dei macro-argomenti difficili da indagare più da vicino, come delle realtà assodate senza emozioni e spiragli di luce: una realtà che è buia e che lo rimarrà, per cui “tanto vale adeguarsi”. Talvolta si parla di “ndrangheta”, “boss”, “droga”, “omicidi”, come se fossero così lontani da noi da non poterci sfiorare, come se fossero sfaccettature di un mondo a sé che non ci riguarda, spesso e volentieri anche creando degli anti-eroi così coinvolgenti da attivare meccanismi di emulazione nei ragazzi.

Nel film diretto dal regista Giacomo Campiotti, invece, la realtà mafiosa è indagata dal punto di vista dei più deboli: i ragazzi costretti a seguire le orme dei padri e chi vorrebbe, invece, far sì che siano “liberi di scegliere” il loro destino, fornendogli i mezzi adeguati per farlo.

Trama

La storia riguarda Marco Lo Bianco, un giudice del Tribunale dei minori di Reggio Calabria con il sogno di strappare i ragazzi alla ‘ndrangheta, interpretato da Alessandro Preziosi. Con un bagaglio di delusioni sulle spalle, derivanti dai processi che hanno portato i giovani dietro le sbarre e non alle porte di una vita nuova, e con la consapevolezza assunta che la ‘ndrangheta non si sceglie, ma si eredita, il giudice decide di porre fine a questa realtà che costringe i figli a continuare il mestiere “sporco” dei padri. Prende questa decisione quando incontra Domenico, interpretato da Carmine Buschini, ultimo componente di una cosca e fratello minore di un ragazzo che ha arrestato anni prima, Giovanni (Vincenzo Palazzo). Andando contro procedure ormai consolidate, il giudice dispone l’allontanamento del ragazzo dalla Calabria e il decadimento della responsabilità genitoriale per il padre latitante e per la madre Enza (Nicole Grimaudo), che silenziosamente e passivamente accettava il futuro scelto dal marito per il figlio. La strada è difficile e il ragazzo si mostra ostile nell’accettazione della realtà nel quale viene catapultato: una comunità di ragazzi a Messina in cui Domenico dovrà imparare a non comandare o prendere ordini, ma a collaborare e farsi aiutare. Fondamentali, in questo processo di crescita del ragazzo, si riveleranno l’assistente sociale Maria (Federica De Cola) e lo psicologo Enrico (Corrado Fortuna) che dolcemente accompagneranno e indirizzeranno il ragazzo in questa nuova strada. Domenico e sua sorella Teresa (Federica Sabatini), alla fine del film, impareranno che esiste anche uno Stato fatto di persone il cui obiettivo non è quello di bloccarti le braccia con un paio di manette, ma tenderti la mano per farti spiccare il volo. 

I personaggi

Emblematica risulta l’attenzione introspettiva alla psicologia dei personaggi.

La madre Enza, vittima e carnefice: figlia di una realtà basata sulla discriminazione sessista che la vede capace solo di gestire la casa e di essere fedele al marito in ogni caso, al punto che questa fedeltà possa compromettere il futuro dei propri figli. “E che devo fare io, se non cucinare” dice al figlio Giovanni e “cosa potevo fare, noi fuori dalla Calabria non siamo niente e non abbiamo niente” risponde alla figlia Teresa, alla richiesta di andare via. Schiava di una vita a cui non può e non vuole sottrarsi, per senso arcaico del dovere nei confronti del marito, e per paura di ricominciare.

Teresa, la sorella di Domenico: costretta implicitamente a sposare Gaetano,membro della cosca di appartenenza. A differenza della madre, però, Teresa sogna una vita migliore, una vita felice e non “piena di disgrazie”, come afferma rivolgendosi alla madre che tenta di convincerla che quella che hanno sia l’unica vita possibile. Teresa, con la forza di una donna e la spregiudicatezza tipica della sua giovane età, decide di raggiungere il fratello in cerca di un futuro di cui la parola chiave sia “libertà”.

Da sinistra a destra: Teresa, la sorella ed Enza, la madre di Domenico.
Da sinistra a destra: Teresa, la sorella ed Enza, la madre di Domenico.

Domenico: protagonista della storia che, dopo la decisione di trasferimento e allontanamento dalla sua famiglia presa dal giudice, si ritrova ancora una volta a dover intraprendere un percorso scelto per lui da qualcun altro. Sarà difficile rinunciare ad una vita apparentemente agiata in cui lui è il “capo”. Capirà solo in un secondo momento che quell’apparente decisione forzata imposta dall’alto, sarà la sua salvezza e l’unica vita in cui lui sarà “libero di scegliere” e artefice del proprio destino. Non serviranno più “pillole da mandar giù” per avere la forza di premere un grilletto, ma piuttosto dosi di coraggio per reinventarsi, abbandonare le proprie certezze e crearne delle nuove.

Il giudice Marco Lo Bianco: fedele interpretazione dell’uomo che rappresenta nella realtà, il giudice Di Bella. Il suo obiettivo non è quello di affermarsi come l’eroe che va contro le regole per prestigio personale, bensì quello di portare la sua “goccia d’acqua” per spegnere l’incendio della ‘ndrangheta. Nel film afferma di non voler fare “esperimenti sulla pelle del ragazzo” e si mostra comprensivo alla sofferenza che il ragazzo prova a causa dello sradicamento di tutte quelle che erano state le sue certezze sino a quel momento, ma decide di continuare il percorso in base alla consapevolezza che “offrirà anche macchinoni e lusso, ma dentro la ‘ndrangheta non si vive bene”. 

E poi ci sono Maria ed Enrico, due giovani speranzosi al servizio dello stato che, senza ricompense, si mettono in gioco per perseguire i valori in cui credono. Hanno un ruolo chiave in quanto permettono a Domenico di capire la differenza tra la vita che aveva e la vita che gli viene offerta. Più volte all’interno del film, infatti, Maria chiede al ragazzo “cosa vuoi fare?”, rendendogli chiaro che, da quel momento in poi, è lui a poter e dover scegliere della sua vita e non qualcun altro; o Enrico che, durante un dialogo con Domenico, dice al ragazzo “a me i soldi puliti piacciono, sono quelli sporchi che disprezzo”, facendogli capire che la libertà che deriva dall’onestà è più importante e gratificante del potere sociale ed economico figlio del malaffare.

Da sinistra a destra, Domenico ed Enrico.
Da sinistra a destra, Domenico ed Enrico.

Un film che, raccontando una realtà disperata, riesce a dare speranza. 

La didascalia finale posta su una suggestiva inquadratura dello stretto di Messina spiega che, da quel momento in poi, 40 ragazzi sono stati beneficiari dello stesso procedimento e hanno avuto la possibilità di ricostruire la propria vita: sembrano pochissimi a dispetto della quantità di giovani che ancora colgono tra le mani l’eredità mafiosa, ma sono un enorme passo in avanti.  Quella mafiosa è indubbiamente una realtà ben radicata, e i progressi possibili da raggiungere non sono fatti di successi eclatanti o di grandi cambiamenti immediati, bensì di piccoli mattoncini messi uno alla volta che aumentano con la diffusione della consapevolezza che non sia impossibile uscirne e che, come afferma il giudice alla fine del film, “una soluzione si trova”, si troverà. 

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