Outsider- Quando lo sport diventa leggenda: Zambia – Italia

Il miracolo africano. Zambia batte Italia 4 a 0 nel 1988.

La rubrica dedicata alle grandi imprese sportive della storia vi farà compagnia anche quest’anno. Cercheremo di continuare a farvi emozionare raccontandovi storie che risultano essere poco conosciute o scarsamente valorizzate. Storie di uomini di sport, di sfide incredibili e di squadre indimenticabili. Abbiamo scelto di dare il benvenuto al 2019, proponendovi il racconto di una partita bizzarra. Un match strano ed imprevedibile.

È il 19 settembre 1988. Il contesto è quello delle Olimpiadi sudcoreane. È la fase a gironi. La nazionale italiana di Rocca è chiamata ad affrontare gli arancioni dello Zambia. Gli azzurri scendono in campo con la formazione migliore. L’elenco dei campioni presenti in rosa è da leccarsi i baffi. Stefano Tacconi è il custode della porta. Ciro Ferrara, Mauro Tassotti, Roberto Cravero e Roberto Galia i difensori. Massimo Mauro è la mente del gioco, il regista che dà avvio a tutte le sortite offensive. Giuseppe Iachini e Luigi De Agostini sono abili sia ad impostare che a neutralizzare le azioni avversarie. Sulla fascia destra agisce Angelo Colombo. Il reparto offensivo è l’autentica ciliegina sulla torta: Pietro Paolo Virdis ed Andrea Carnevale sono pronti a contribuire al cammino spedito dell’Italia verso la finale.

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Quell’Italia può permettersi di lasciare in panchina gente come Pagliuca, Rizzitelli e Desideri. La squadra di Rocca si trova in un girone in cui è nettamente favorita. Un raggruppamento caratterizzato da “cenerentole”, compagini che non hanno mai ottenuto risultati sportivi significativi. Prima di giocare contro lo Zambia, gli azzurri avevano già massacrato la nazionale guatemaltecha con il risultato di 5 a 2. La pratica Zambia è una mera formalità. Si prevede un’altra goleada. Ma si sa che non sempre le cose sono lineari. Il corso degli eventi può essere stravolto. L’irrazionalità ogni tanto prende il sopravvento.

 

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Contrasto aereo tra Tacconi e Malu.

Gli azzurri scendono in campo con spavalderia. Forse non riescono a tollerare il clima umido sudcoreano. Un caldo insopportabile. Gli italiani sin dai primi minuti di gioco sembrano intontiti ed inebetiti dalla rapidità degli avversari in maglia arancione. Allo stadio Mu Dung di Gwangju, gli spettatori accorsi pensano che gli arancioni siano gli olandesi. In realtà, si tratta di una Nazionale africana sconosciuta e mai presa in seria considerazione. Una terra poverissima e dimenticata anche dai turisti.

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I primi 15 minuti sono un incubo per gli undici di Rocca. Gli africani sono indomabili. La loro manovra è fluida. Giocano in maniera spensierata. Si trovano a meraviglia. I ragazzi in maglia azzurra sono nervosi. Non riescono a completare un’azione. Ma si sa: lo Zambia prima o poi mollerà la presa! Con il trascorrere dei minuti, invece, la manovra diventa sempre più insistente. La retroguardia italiana non riesce a fermare le schegge arancioni. Il commissario tecnico azzurro cerca di incoraggiare i suoi senza grandi esiti. I reparti sono scollegati, non c’è filtro a centrocampo, la difesa tentenna, l’attacco è inesistente.

Lo Zambia può colpire da un momento all’altro. È il 40′ del primo tempo. Musonda dà avvio all’azione. Il centrocampo italiano si fa superare. Viene servito un pallone delizioso all’attaccante Kalusha Bwalya, che con un sinistro in corsa batte Stefano Tacconi. La punta africana sembra particolarmente ispirata, una vera e propria mina vagante per una retroguardia non proprio impeccabile. Gli azzurri perdono totalmente la testa. Bruno Pizzul non può far altro che raccontare un pomeriggio di calcio incredibile con una Nazionale italiana impresentabile.

Inizia il secondo tempo. L’Italia sembra aver cambiato passo. Previsione immediatamente smentita. Al 55′ viene concessa una punizione dal limite agli arancioni. A batterla è Kalusha Bwalya. L’attaccante dello Zambia non è in buona posizione per calciare in porta. Ma in una giornata simile può accadere di tutto. L’africano scavalca la barriera e realizza la sua doppietta direttamente da palla inattiva. Ferrara e compagni corrono verso l’arbitro, chiedendo l’annullamento del gol. Era una punizione di seconda ma il direttore di gara non ascolta alcuna lamentela.

Rocca prova ad inserire forze fresche. Entrano Luca Pellegrini e Massimo Crippa. La musica non cambia. Al 64′ un tiro dalla distanza di Johnson Bwalya, deviato proprio da Pellegrini, trafigge per la terza volta il povero Tacconi. La festa non termina qui. Arriva anche il poker. Tanto per cambiare viene messo a segno da Kalusha Bwalya, eroe di giornata. Gli azzurri vengono letteralmente umiliati dalla Nazionale africana. Lo Zambia ha il riscatto che si merita. Quella squadra uscirà ai quarti contro la Germania ma il movimento è in grande crescita. Si potrà per una volta parlare anche di Zambia, una terra totalmente dimentica da Dio.

Ma il sogno di quella generazione calcistica si spegne a causa di un incidente aereo. Il 27 aprile 1993, la Nazionale avrebbe dovuto giocare un match contro il Senegal valevole per le qualificazioni ai Mondiali americani dell’anno successivo. Quell’aereo non arrivò mai a causa di un guasto al motore. Una tragedia immane. Perdono la vita tutti i passeggeri: 18 calciatori e 12 componenti dello staff. Su quell’aereo non erano saliti il bomber Kalusha Bwalya, il fratello Joel, Johnson Bwalya e Charles Musonda. Tutti e quattro militavano in campionati esteri ed avrebbero dovuto raggiungere il Senegal autonomamente. Una generazione distrutta, un sogno spezzato: quello di calcare altri palcoscenici prestigiosi e di dimostrare al Mondo l’esistenza di un Paese totalmente ignorato.

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