A che punto siamo con Brexit

Mancano ormai soltanto 50 giorni al giorno in cui il Regno Unito dovrebbe lasciare l'Unione Europea, ma ad oggi l'accordo sembra un miraggio.

Il 29 Marzo del 2017 il governo della prima ministra Theresa May aveva invocato l’articolo 50 del Trattato dell’Unione Europea, quello che ha innescato il negoziato e l’uscita del Regno Unito dall’UE. Questo significa che la procedura di uscita, la cosiddetta Brexit, deve avvenire entro il 29 Marzo del 2019, cioè esattamente tra 50 giorni.

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Dopo il no dei deputati britannici al progetto di intesa tra il governo di Londra e l’Unione Europea, il premier inglese Theresa May ha ottenuto dalla Camera dei Comuni un nuovo mandato per riaprire i negoziati con Bruxelles. I laburisti inglesi chiedono di procrastinare la data della Brexit: una via d’uscita per evitare il “no deal” – ovvero l’uscita del Regno Unito senza un accordo, che comporterebbe grandi rischi per tutti i paesi coinvolti – che andrebbe imboccata in extremis. Tuttavia, da parte dell’Unione europea la proposta inglese è stata per ora rinviata al mittente: il documento siglato a novembre secondo i dirigenti comunitari “non è negoziabile”, ha spiegato la presidenza del Consiglio europeo.

epa06043515 British Prime Minister Theresa May (L) and European Council President Donald Tusk (R) pose during a EU leaders summit in Brussels, Belgium, 22 June 2017. European heads of states and governments gather for a two-days European Council meeting on 22 and 23 June which will mainly 'focus on the ongoing efforts to strengthen the European Union and protect its citizens through the work on counterterrorism, security and defence, external borders, illegal migration and economic development', the European Councils said in a press release.  EPA/FRANCOIS LENOIR / POOL
epa06043515 British Prime Minister Theresa May (L) and European Council President Donald Tusk (R) pose during a EU leaders summit in Brussels, Belgium, 22 June 2017. European heads of states and governments gather for a two-days European Council meeting on 22 and 23 June which will mainly ‘focus on the ongoing efforts to strengthen the European Union and protect its citizens through the work on counterterrorism, security and defence, external borders, illegal migration and economic development’, the European Councils said in a press release. EPA/FRANCOIS LENOIR / POOL

La situazione è dunque di stallo totale. Il “trattato di uscita” è infatti stato bocciato in modo particolarmente secco dai deputati britannici il 15 gennaio. Theresa May non può dunque in alcun modo contrastare la volontà del proprio Parlamento. Né può ripresentarsi di fronte ai deputati con una fotocopia sostanziale del testo respinto. Non a caso, la premier ha parlato di “una modifica importante e giuridicamente vincolante dell’accordo”. Aggiungendo che “trattare un cambiamento del genere non sarà facile, ma credo di potercela fare col sostegno del Parlamento”.

Il 29 gennaio Theresa May ha parlato con il Presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker. Spiegando che il punto principale che necessita modifiche per poter essere accettato dalla Camera dei Comuni è quello che riguarda il cosiddetto “backstop”. Ovvero la disposizione che evita il ritorno di una frontiera fisica tra l’Irlanda e l’Irlanda del Nord. In passato entrambe le parti in causa avevano spiegato di voler evitare la reintroduzione delle dogane per non riaccendere la tensione in un territorio che finalmente sta vivendo un periodo di pace e prosperità dopo anni di violenze.

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Cosa comporterebbe una Brexit senza accordo? A tale ipotesi May ha risposto spiegando che ciò, a suo avviso, non risolverebbe i problemi e ha affermato anzi che, qualora non si riuscirà a trovare un nuovo accordo entro il 13 febbraio, il giorno successivo il governo chiederà al Parlamento un nuovo voto. Questa volta per approvare l’opzione “no deal”. Che per alcuni rappresenterebbe una catastrofe. I cittadini europei presenti nel Regno Unito potrebbero essere infatti costretti a chiedere immediatamente un permesso di soggiorno. Dal punto di vista dei trasporti, poi, esistono piccoli aeroporti in Europa non ancora pronti ad accogliere persone in arrivo da paesi “extra-Ue”.

Si preannunciano inoltre file interminabili agli imbarchi sulla Manica, causati dal ripristino dei controlli. I treni Eurostar potrebbero essere costretti a fermarsi. I pescatori non potrebbero più accedere alle acque territoriali britanniche. Senza dimenticare il rischio di un non più automatico riconoscimento dei titoli di studio ottenuti dai cittadini europei nel Regno Unito. Così come le difficoltà legate allo stop alla libera circolazione di merci e capitali, che potrebbe portare addirittura ad immaginare l’introduzione di dazi.

Di fronte a tali problemi, non è escluso che si possa tentare di far riemergere proposte come quella di un’uscita “ultra-soft”, sulla scorta della situazione attuale della Norvegia. Il Paese scandinavo, infatti, pur non aderendo all’Unione, fa parte del mercato unico europeo. E per godere di questo privilegio paga una “bolletta” di 900 milioni di euro all’anno. Proposta giudicata però inaccettabile da May perché tradirebbe il senso stesso del referendum del 23 Giugno 2016 che ha sancito la volontà popolare di uscire da tutti i trattati europei.

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Nel frattempo il leader dei laburisti britannici, Jeremy Corbyn, ha offerto alla May il proprio appoggio in Parlamento in cambio di alcune richieste specifiche. A partire da un’unione doganale “permanente e complessiva” con la UE, che abbia conseguenze sui futuri accordi commerciali, fino ad arrivare ad un “allineamento dinamico” all’UE sui diritti dei lavoratori, in modo che gli standard del Regno Unito non siano inferiori a quelli degli altri paesi membri. Le posizioni non sembrano comunque essere vicine a un compromesso e il tempo che resta è molto poco. Le prossime settimane saranno decisive, il 29 Marzo si avvicina sempre di più.

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