La metamorfosi di Governo

Le elezioni sarde rispecchiano inevitabilmente uno scenario che a breve si ripresenterà a cascata su tutti i livelli. Dalle Regioni ai piccoli comuni. E riguarda la metamorfosi politica che è iniziata il 4 marzo di quasi un anno fa. Una metamorfosi che vede come suoi protagonisti gli azionisti del Governo Giallo-Verde.

E qualcosa da quella fredda domenica di Marzo sta già cambiando: il cambiamento non riguarda gli effetti delle riforme, che invece tardano ad arrivare; ma riguarda i rapporti di forza tra alleati. E che si sono tragicamente palesati con il Caso Diciotti; la prova che Salvini è il vero leader della maggioranza. Il Movimento abdica ai principi su cui si basa: presentarsi come una forza in contrasto con la casta e con i suoi privilegi. Ma per salvare il sogno di governo, i pentastellati rinnegano se stessi.

E la scelta si riverserà in maniera drammatica sui consensi elettorali, a cominciare dall’esito delle elezioni sarde, dove per la prima volta la Lega conquista la presidenza di una Regione del Sud, mentre il M5S arranca con appena l’11%. Se è vero che una rondine non fa primavera, è però innegabile che il principale serbatoio di consensi del Movimento sia proprio il Sud, dove la misura del reddito di cittadinanza avrà il numero maggiore di utenti.

Mentre il Movimento è in caduta libera, Matteo Salvini continua a macinare consensi: immune da ogni sorta di attacco, il caso Diciotti e dei 49 milioni sembrano non averlo neanche scalfito. Le sue risposte lapidarie, aizzanti e provocatorie a critiche di ogni genere gli fanno guadagnare appeal politico e rafforzano la sua immagine di un leader forte, che lo pone sullo stesso piano dei vari Orban e Putin. E proprio di recente L’Espresso pubblica un’inchiesta da cui emerge che proprio la grande Madre Russia abbia finanziato la campagna elettorale della Lega.

La politica estera è sempre più sulla rotta dell’isolamento, e invece di inserirsi e contrastare la locomotiva franco-tedesca del patto di Aquisgrana, Di Maio pensa a litigare con Macron sui gilet gialli. Francia e Germania spingono sempre di più per l’inserimento di Berlino tra i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU (per intenderci, quelli con diritto di veto), mentre la prospettiva di un’integrazione europea sembra cedere il passo ad un’Europa delle intese bilaterali; l’Italia ci mette poi il suo, ponendo il suo veto per la definizione di una posizione comune sul riconoscimento di Guaidò. Anche qui la posizione italiana non è chiara. Il Ministro Moavero ricuce con fatica dove i vari Salvini e Di Maio hanno scucito e sfaldato.

Il vero limite del Governo di Cambiamento non è solo l’iniziale inesperienza, che talvolta goffamente riemerge; ma l’incapacità di delineare una posizione netta su numerosi temi. Il motivo è chiaro: la distanza siderale tra le posizioni politiche dei due partiti: sfacciatamente a destra e sovranista la Lega; con posizioni variabili a seconda del tema il M5S.

Non sappiamo quanto durerà questo Esecutivo, ma non è difficile prevedere che quando i contrasti diventeranno insanabili, quando le posizioni saranno diametralmente opposte l’opera di mediatore e paciere di Giuseppe Conte non basterà più. Entrambi i partiti rispondono ad un elettorato: deluderlo adesso è un rischio, deluderlo quando la legislatura sarà in scadenza rappresenta una sicura débâcle.

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