Outsider-Quando lo sport diventa leggenda: il Grande Torino

La storia di una squadra immortale: il Grande Torino di Ferruccio Novo.

“Gli eroi sono sempre immortali agli occhi di chi in essi crede. È così i ragazzi crederanno che il Torino non è morto: è soltanto in trasferta”. Indro Montanelli descrive alla perfezione la storia di una squadra immortale. Una corazzata che non verrà mai dimenticata. Il Grande Torino fa parte della nostra memoria storica. Una pagina di storia che ha rivoluzionato il modo di intendere il calcio e lo sport nel suo complesso.

LA NASCITA DEL GRANDE TORINO

I primi passi del Grande Torino iniziano a manifestarsi nel 1939. La società granata è di proprietà dell’ingegnere Cuniberti. Il Toro è una squadra acerba che non ha particolari ambizioni di classifica. Non aspira a fare il salto di qualità. Ferruccio Novo decide di acquistare la società.

Si respira aria di grande novità a Torino. Il nuovo presidente pensa immediatamente a definire una programmazione all’altezza. Interviene sul mercato. Il primo colpo è Franco Ossola, cecchino d’area di rigore. Il talentuoso attaccante sigla ben 15 reti stagionali diventando il capocannoniere della squadra. La stagione 1940/41 si chiude con un anonimo settimo posto. Il mister austriaco Tony Cargnelli non riesce a rendere il Torino imprevedibile e con una identità ben definita. Nonostante tutto, quel campionato nazionale dà alcune indicazioni su ciò che sara il Toro del futuro. Emergono alcune individualità importanti. I reparti iniziano ad essere meno sfilacciati. La retroguardia più solida.

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Il Presidente Ferruccio Novo
LA STAGIONE DELLA SVOLTA

Ferruccio Novo vuole rendere il Toro imbattibile. Tutti devono temere i granata. Ossola e compagni devono poter lottare per i vertici della classifica. L’ambizioso dirigente è protagonista indiscusso del mercato estivo. Mette a segno una serie di colpi formidabili: Menti dalla Fiorentina, Ferraris dall’Inter, Bodoira, Borel e Gabetto dalla Juventus.

È una rivoluzione che riguarda anche la guida tecnica. Cargnelli viene esonerato. Al suo posto arriva Andrea Kutik. Il nuovo mister ha a disposizione una rosa di tutto rispetto. Nella stagione 1941/42 riesce a raggiungere il secondo posto in classifica a soli tre punti di distanza dalla Roma. Il Torino, dopo diversi anni di assenza, torna a far paura. Il miglior attacco stagionale è proprio quello del Toro. Una squadra che è capace di giocare a viso aperto senza temere nessuno. La spensieratezza è l’arma principale di una compagine che sembra scendere in campo con la sola pretesa di divertirsi.

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LA CONSACRAZIONE

Il campionato successivo registra la consacrazione di una squadra che comincia ad acquisire consapevolezza. La stagione 1942/43 mette in evidenza l’enorme quantità di talento presente in quella rosa. Rosa che viene arricchita da altri innesti intelligenti di mercato. Loik e Mazzola vengono strappati al Venezia. Grezar, punta di diamante della Triestina, approda a Torino. Il nuovo allenatore è Janni.

Il cammino dei granata non inizia con il botto. Arrivano subito due sconfitte pesanti contro l’Ambrosiana e il Livorno. È la terza gara di stagione ad essere un autentico trampolino di lancio. Il Torino batte con il clamoroso risultato di 5 a 2 la Juventus. È il derby della consacrazione. L’intero girone di ritorno è una vera e propria partita a scacchi con il Livorno. Un testa a testa molto combattuto. La spunta il Toro grazie ad una rete decisiva di Mazzola contro il Bari all’ultima giornata. La differenza di punti è minima: gli uomini di Janni si aggiudicano, dopo ben 15 anni di astinenza, lo scudetto grazie ai 44 punti conquistati.

Quando si inizia a vincere è difficile fermarsi. In quella stessa stagione il Torino si aggiudica anche la Coppa Italia. In questo torneo emerge la superiorità di quella squadra. I granata vincono 5 partite su 5 contro Anconetana, Atalanta, Milan, Roma e Venezia.

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Valentino Mazzola.
UNA FASE DI STALLO

A causa della Seconda guerra mondiale il torneo nazionale viene sospeso. Si realizza comunque una sorta di mini-torneo suddiviso in due gironi distinti. Il Toro assume la denominazione di “Torino-Fiat”. Non si respira chiaramente il clima ideale per pensare al calcio giocato. È un torneo che passa in secondo piano. Il Toro sorprendentemente perde lo “Scudetto di guerra”. Ad aggiudicarselo è il 42′ reggimento dei Vigili del fuoco di La Spezia.

IL RITORNO ALLA NORMALITA’

Dopo una stagione di stallo, il calcio italiano prova a tornare alla normalità. Il campionato nazionale, nella stagione 1945/46 è organizzato in gironi per favorire lo spostamento delle squadre. Il girone eliminatorio è letteralmente dominato da un Torino indemoniato. I granata conquistano il terzo scudetto della loro storia, vincendo il derby decisivo contro la Juve alla penultima giornata. Il Toro può, dunque, permettersi di giocare senza alcun tipo di patema l’ultima gara. La partita con il Livorno è una festa del gol: i granata mettono a segno 9 reti, umiliando i toscani.

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STAGIONE 1946/47: L’ANNO DEI RECORD

L’era Novo continua. Il presidente non è sazio. La squadra granata non conosce più la parola sconfitta. Il Toro schiacciasassi è inarrestabile. Il girone di ritorno è una formalità. 16 risultati utili consecutivi. Ben 14 vittorie. 104 reti ed almeno tre gol a partita. Un vero e proprio spasso per i tifosi, uno spettacolo che viene apprezzato anche all’estero. Il calcio italiano diventa un modello da seguire. Un calcio sbarazzino.

Il campionato successivo sembra il sequel del precedente. La stagione 1947/48 legittima ulteriormente i record guadagnati nel torneo dell’anno passato. Mazzola e compagni raggiungono 65 punti in classifica su 40 partite. Staccano letteralmente le inseguitrici. Milan, Juve e Triestina hanno 16 punti in meno. 29 vittorie su 40 gare disputate. Al Filadelfia di Torino non si passa: i granata le vincono praticamente tutte in casa.

LA TRAGEDIA

La stagione 1948/49 vede ancora una volta il Toro protagonista. Il nuovo tecnico inglese Lievesley dà un ulteriore salto di qualità alla già ricchissima rosa granata. È un campionato più combattuto. Le milanesi sembrano essere più toniche e rappresentano le principali avversarie. Il 30 aprile si gioca a San Siro contro l’Inter. Il Torino può provare a scappare, avendo 4 punti in più. La compagine di Lievesley pareggia 0 a 0. Un risultato che va benissimo ai granata. Il Toro è ancora in testa e manca pochissimo al termine della stagione.

Mazzola, capitano, e Ferreira (capitano del Benfica) da tempo avevano pensato di organizzare una partita amichevole in Portogallo per celebrare l’addio al calcio di quest’ultimo. A Lisbona è uno spettacolo. Un saluto ad un campione che ha fatto la storia del Benfica e che ha deciso di dare l’addio al calcio invitando una delle squadre più forti al mondo, il Grande Torino.

È il 4 maggio 1949. I calciatori del Toro devono tornare a casa dopo la sfida di Lisbona. Il volo è abbastanza turbolento. Le condizioni atmosferiche sono molto critiche. La pioggia battente non fa presagire nulla di buono. L’aereo alle 17:05 si schianta contro la Basilica di Superga. Perdono la vita 31 persone tra calciatori, giornalisti, dirigenti e membri dell’equipaggio. Superga diventa il simbolo granata per eccellenza. Su quell’aereo non erano presenti (per i più svariati motivi) il presidente Novo, il telecronista Carosio e tre calciatori: Renato Gandolfi, Sauro Tomà e Luigi Gandolfi. Una tragedia immane che vede la partecipazione di tutta Italia. Ai funerali di Stato partecipano circa un milione e mezzo di persone. Lo sconforto è agghiacciante.

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il Grande Torino è un patrimonio del calcio italiano e a tutti noi piace ancora credere che quei ragazzi siano soltanto in trasferta.

 

 

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