Perché ogni meridionale dovrebbe amare Napoli

"O la si ama, o la si odia": questo leitmotiv suole di frequente ripetersi sul conto della città del maschio Angioino.

“O la si ama, o la si odia”: questo leitmotiv suole di frequente ripetersi sul conto della città del maschio Angioino. Passeggiare per i vicoli della Sanità o di Materdei, tra i cosiddetti “scugnizzi” che giocano per strada, sotto i panni stesi ad asciugare tra vecchi palazzi, suscita infatti spesso sentimenti contrastanti nel forestiero: o si prova una confusione, uno stordimento che conduce ad un fatuo ribrezzo per quel mondo tanto diverso, o quello stesso stordimento si trasforma in innamoramento: amore perturbante ed avvincente. Nei miei ventidue anni di vita ho avuto la fortuna di visitare quattro volte Napoli: ogni volta, però, è per me come fosse la prima. Camminando infatti per Mergellina, per via dei tribunali, da fiero meridionale e meridionalista quale sono, mille pensieri mi sono spesso sorti nell’animo, misti a (vana)gloria e a rabbia. Dato il fondo di ottimismo che, comunque, mi caratterizza, voglio tuttavia prima raccontare perché provo rabbia: perché invece che essere fieri, da meridionali, di avere avuto come madre e capitale, per circa un millennio, una così rara ed unica città, la denigriamo, e siamo solo (cito il Manzoni dell’Adelchi) “volgo disperso che nome non ha”! Seguiamo il calcio, e invece di sostenere squadre delle nostre terre, tifiamo ed arricchiamo club di ricche metropoli che ci disprezzano; disconosciamo il nostro passato, le nostre radici, ed ignoriamo ad esempio (volutamente o meno) che prima dell’unità, da Ragusa a Teramo, tutti venivano definiti napoletani, e non italiani; e, peggio ancora, ignoriamo che allora si era liberi da mafie, da massonerie, e che si era ricchi, molto ricchi. Dalle sponde del Tronto a capo Passero fiorivano i commerci, l’agricoltura, e tutto il meridione era uno tra i più importanti produttori mondiali nel tessile. E tutto ciò grazie alla nostra capitale, grazie alla Napoli Borbonica, terza città in Europa per importanza e per popolazione (seconda solo a Londra e Parigi), dotata della flotta più efficiente del Mediterraneo. Alla nostra memoria Napoli però al momento forse ci sovviene solo nelle vesti del piccolo malvivente di Scampia, che piuttosto in quelle di Benedetto Croce; ci sovviene per l’emergenza rifiuti dell’era Berlusconi, piuttosto che per la reggia di Caserta. E dimentichiamo che a Napoli è nata l’opera buffa, la canzone d’autore, la pizza; e che essere suoi sudditi era di certo motivo di vanto, e non di vergogna. E da queste stesse motivazioni deriva pertanto la mia (vana)gloria: dall’essere figlio, (anche se in un’altra epoca), in quanto calabrese e quindi meridionale, di questa città e di questa storia; dall’appartenere ad una cultura che si pasce di stornelli d’amore e di alta filosofia, piuttosto che di freddo fordismo. Voglio tuttavia ora togliere quelle parentesi alla mia vanagloria, in queste note conclusive, e dichiararla a chiare lettere vana: perché sarà sempre tale fintanto che noi, per primi, meridionali, non solleviamo la testa, orgogliosi, fieri, alla nostra grande e unica città madre: una città di fasti e di potere; una città che conserva ancora una umanità ed una cultura altrove, tragicamente, perdute.

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