Sanremo 2019: il Festival della rigidità

Un Festival che sembrava iniziato in un clima sereno, si è concluso tra le polemiche. La 69esima edizione era iniziata con gli occhi commossi di Claudio Bisio che si trovava per la prima volta sul palcoscenico più importante d’Italia. Ed è finita con i toni sprezzanti e arroganti di Ultimo in sala stampa, con le polemiche per Rolls Royce di Achille Lauro.

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Un Festival all’insegna della musica, e che dalla musica è rimasto soffocato. E la linea non poteva che essere questa, quando si affida la direzione artistica ad un cantautore del calibro di Claudio Baglioni. Il rischio che però si corre è quello di ritrovarsi con un festival con poca fantasia e personalità in cui i siparietti si trasformano in un intermezzo tra una canzone e un’altra. Dove gli ospiti sono tutti cantanti o si devono improvvisare tali e una volta finita l’esibizione si guardano come a dire:” Beh e adesso?”.

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A volte il troppo stroppia, e se è vero che il Festival è per definizione la kermesse della canzone, è anche vero che si tratta del principale evento mediatico di Febbraio, da sempre fotografia fedele di costumi e stili di vita di un’Italia che cambia, in cui l’attualità e la satira hanno sempre trionfato, a volte anche goffamente. E così vengono anche svilite le capacità di due giganti come Claudio Bisio e Virginia Raffaele. E se è vero che proprio lei aveva stufato nel Sanremo della premiata ditta Carlo Conti per le troppe imitazioni, sembrando quasi di stare a Tale e Quale Show, quest’anno è mancata la sua prorompente comicità, che traspariva in brevissimi siparietti.

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A questo festival è mancato osare; senza lode e senza infamia, Baglioni si è trincerato nell’usato sicuro di ospiti senza tempo che hanno divertito ed emozionato l’Ariston. Mentre la novità, l’azzardo sono state le parole d’ordine delle canzoni in gara. Sonorità e stili sconosciuti alla città dei fiori, a partire dai criticatissimi Mahmood e Achille Lauro, fino alle sonorità Indie di Motta. E se Sanremo è un pendolo che oscilla tra:” Ma ancora questo campa?” e “Ma questo chi è?”, non dobbiamo dimenticare che la qualità è emersa da nuova e vecchia guardia. Non a caso qualcuno parlava di un festival come passaggio di testimone tra nuova e vecchia canzone. E così i vari Ultimo, Enrico Nigiotti sono state le vere sorprese.

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Quindi se è vero che questo Festival non ha brillato particolarmente, è altrettanto vero che la sorpresa è stata la qualità della musica in gara. Che da qualche anno a questa parte lasciava un po’ a desiderare. Ma le polemiche non sono comunque mancate, a partire dal caso Renga, in cui i soliti discorsi da femminismo da bar sono riemersi. Dove una dichiarazione di natura scientifica è stata travisata e fuorviata per farla apparire sessista e maschilista, influenzando probabilmente anche la sua votazione finale. Sui vincitori ci sarebbe poi da spendere più di qualche parola. A partire dal caos scatenato dall’esclusione di Loredana Bertè; con una platea in visibilio per la ragazza di Bagnara. “LOREDANA, LOREDANA” cantava il pubblico dell’Ariston, una rivolta che ricorda quando l’Orchestra lanciò gli spartiti per protestare contro l’esclusione di Cristicchi e Malika.

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Su Mahmood qualche riserva non si può che esprimere. Questa volta nessuno parlerà di televoto pilotato: il vincitore nel voto da casa ha ottenuto appena il 14%. Il voto della giuria di qualità e quello della sala stampa hanno garantito la vittoria di “Soldi”. Una bella canzone, sonorità nuove, una trap prestata all’Ariston, ma nulla a che vedere con le canzoni di Ultimo, o degli esclusi Bertè e Cristicchi.

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La gestione Baglioni bocciata, con una leggera flessione di ascolti rispetto allo scorso anno. Il rinnovamento non passa solo dalla musica. Sanremo è un varietà a tutto tondo che alla fine piace un po’ a tutti. E per una settimana ci si sente un po’ come quel Claudio Bisio, commossi, attoniti, travolti dalla magia di un Festival che è molto di più. Non sono solo canzonette.

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