Gianni Schicchi, chi era costui? 

Andiamo oggi alla scoperta di Gianni Schicchi, popolano della Firenze di fine Duecento la cui fama, dalla storia medievale, è giunta fino all’inferno dantesco ed al melodramma novecentesco.
gianni-schicchiFirenze, poco dopo la metà del Duecento. Buoso Donati, ricco mercante fiorentino, muore diseredando uno stuolo di gretti parenti e lasciando tutti i suoi averi e le sue ricchezze ad un convento di frati, adottando una consuetudine molto frequente nel nostro Medioevo per chi avesse fatto “soldi sporchi” nel corso della propria vita: si riteneva infatti, rendendo destinatari di lasciti e di testamenti dei conventi e delle povere congreghe religiose, di poter agire “pro remedio animae suae” (“a rimedio della propria anima”, secondo la formula giuridica del latino medievale in questo contesto spesso adoperata), e di potersi così ripulire, in quattro e quattr’otto, di una vita di scelleratezze (e magari di usura, una pratica che, lo si ricordi, nel Medioevo fu sempre crudelmente demonizzata e punita!).
E così fece questo pover’uomo, intorno al 1270. I suoi parenti però, forse non persuasi della necessità di dover scontare questa purificazione (o forse persuasi dalla impellente necessità di avere queste ricchezze), non ci stanno. E Simone Donati, nipote del povero mercante passato a miglior vita, nonché giovane fiorentino di belle speranze, decide di rivolgersi ad un popolano di nome Gianni Schicchi, esperto di raggiri e di frodi, per trovare una soluzione a questa brutta faccenda. Il quale non ci mette tanto a trovare un rimedio a tutto questo inghippo, e vi scroge anzi un modo per mettersi un bel gruzzoletto di soldi da parte. Così, fingendo di essere il vecchio Buoso (ormai però morto!), dal letto di morte di quell’anima pia detta un nuovo testamento a favore (ovviamente!) suo e di Simone! E, pensate un po’, pensa bene di accaparrarsi, tra le altre cose, una bella mula di 200 fiorini, la migliore allora in tutta la Toscana, come premio per questa bella trovata!
Ma sorge a questo punto spontanea domanda: come è mai potuta avvenire una cosa simile? Come poté il notaio (o chi per lui) non comprendere di essere preso in giro da quel (è il caso di dirlo!) bischero dello Schicchi?! A riguardo le fonti ci riferiscono tuttavia come il buon Gianni Schicchi fosse molto bravo, tra le altre cose, ad imitare chiunque: e una delle voci che probabilmente più di tutte imitava era proprio quella del vecchio Buoso. Guarda tu, i casi della sorte… Proprio un colpo di fortuna! Colpo di fortuna molto simile però, per molti aspetti, a tante di quelle situazioni che popolano la letteratura europea tra Trecento e Quattrocento, e che in Boccaccio ebbero una prima piena canonizzazione: si ha qui infatti la situazione narrativa che i critici definiscono del “motto di spirito”, “dell’arguzia”, mediante la quale solo si risolve una situazione complicata (pensate alla novella boccacciana del cuoco Chichibìo e delle gru)! Questa dunque, a quanto ci riferiscono i cronisti, fu la storia vera dei fatti. Ed in quanto tale fu così ripresa dal padre della nostra lingua, Dante, nel XXX canto dell’inferno. Siamo tra i falsari di persona, puniti dal contrappasso dantesco ad essere afflitti, per l’eternità, da una reciproca follia rabbiosa: ed è tra questi marc’antoni che Dante pone proprio il povero Gianni Schicchi, raffigurato insieme alla Mirra del mito classico ad assalire a morsi due alchimisti toscani (falsari, pertanto, di moneta).
Ad ogni modo, dopo l’episodio dantesco, questa pittoresca figura di furfante torna sulle scene della nostra letteratura, venendo su dalle latebre dantesche di Malebolge, solo con il melodramma, e solo 102 anni fa: nel 1917, anno in cui Puccini compone un’opera in un atto, su libretto di Gioacchino Forzano: il “Gianni Schicchi” appunto! Opera che, ormai canonicamente compresa nel cosiddetto “Trittico” (insieme ad altre due opere in un atto dello stesso Puccini), rappresenta senz’altro una delle più alte realizzazioni dell’arte di quel donnaiolo toscano, il maestro Puccini: altissima anche perché non si risolve negli stucchevoli patetismi di Mimì o di Floria Tosca, ma mantiene invece la freschezza e la vivacità proprie sia del fatto storico che dell’episodio dantesco.

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