L’omicidio di Marco Vannini, avvenuto a Ladispoli il 18 maggio 2015, continua a suscitare un roboante interesse mediatico, soprattutto alla luce delle ricostruzioni realizzate da alcuni programmi televisivi, che hanno posto l’accento su aspetti ancora di certo irrisolti.

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In questa sede, si tenta di passare allo scandaglio  la tanto discussa sentenza emessa dalla Corte d’Assise di Appello di Roma, in parziale riforma della decisione del giudice di prime cure. La sentenza de qua ha rideterminato la pena nei confronti di Antonio Ciontoli in anni cinque di reclusione e, in subordine, ha revocato le pene accessorie applicate a tutti gli imputati.  Il giudice di secondo grado ha preliminarmente ribadito le circostanze di fatto accertate dalla sentenza di primo grado, che di seguito riportiamo: «i) Antonio Ciontoli ferì Vannini con un colpo esploso colposamente; ii) egli e i suoi familiari fornirono ai sanitari false informazioni e ritardarono i soccorsi; iii) il ritardo determinò l’aggravamento delle condizioni, già seriamente compromesse al momento dell’esplosione, del giovane Vannini, risultando determinante per la morte». Sulla base di questi elementi, all’esito del processo di primo grado Antonio Ciontoli «è stato considerato responsabile di omicidio volontario a titolo di dolo eventuale per essersi rappresentato il rischio morte ed averlo accettato e i suoi familiari concorrono a titolo colposo poiché non avevano, a giudizio del primo giudice, una cognizione della reale gravità dell’accaduto pari a quella del principale imputato». Il dolo eventuale che il giudice a quo riconnetteva alla condotta del Ciontoli è stato tramutato in colpa cosciente dal giudice ad quem. La Corte d’Assise di Roma, per giustificare l’attribuzione del dolo alla condotta dell’imputato, definiva il Ciontoli “lucido nel mendacio, nel ritardo dei soccorsi, nel minimizzare anche davanti al pm, e, al contempo, lo grava di una condotta irrazionale e immotivata laddove sostiene che egli ha ‘omesso di prendere in considerazione’ il più grave costo che la morte avrebbe comportato. Ma se così fosse, sin dall’inizio, sin dallo sparo, cioè, si dovrebbe ipotizzare il nesso consapevolezza-accettazione dell’evento morte”. Analizzando la questione su un piano tecnico-giuridico, la linea di demarcazione intercorrente tra il dolo eventuale e la colpa cosciente costituisce da sempre una vexata quaestio in seno alla dottrina ed alla giurisprudenza. Con due recenti pronunce, la Suprema Corte di Cassazione si è occupata nuovamente  del mai risolto problema della distinzione tra colpa cosciente e dolo eventuale, affermando due principi importanti, secondo cui il dolo eventuale ex art. 43 c.p.  si configura solo quando si verifica che l’agente non si sarebbe trattenuto dall’illecito neanche se fosse stato certo del decesso (Cass. pen., Sez. I, 3 aprile 2018, n. 14776) e che il criterio distintivo tra le due tipologie di elemento soggettivo è sussumibile nel diverso atteggiamento mentale che il soggetto attivo ha nei confronti della verificazione dell’evento (Cass. pen., Sez. IV, n. 14663/2018).

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La condotta del Ciontoli – si legge nella sentenza in esame – «appare estremamente riprovevole sotto il profilo etico… ma il fatto di trovarsi alle prese con un imputato la cui condotta è particolarmente odiosa non può di per sé comportare che un fatto colposo diventi doloso. Nel rispetto del principio del favor rei, dunque, la condotta di Ciontoli va qualificata come sorretta da colpa cosciente». Questo è il fulcro su cui si basa la decisione del giudice di seconde cure, una decisione che tenta di fornire una coerente argomentazione giuridica, ma che inevitabilmente ha suscitato e continua a fomentare una bufera mediatica e giudiziaria senza precedenti. Il vertiginoso sconto di pena che viene concesso all’imputato è strettamente correlato a questa differente qualificazione della condotta posta in essere dal Ciontoli. Tuttavia, la Corte d’Assise ha irrogato il massimo della cornice edittale prevista in caso di omicidio colposo, ovvero sia cinque anni di reclusione, «vista la gravità della condotta tenuta dall’imputato, della tragicità dell’accaduto, all’assenza di significativi tratti di resipiscenza». In ordine, poi, alla condotta dei familiari, il giudice ha stabilito che essi «difettavano della piena conoscenza delle circostanze… e proprio in considerazione della non provata consapevolezza circa la natura del colpo esploso, delle rassicurazioni di Antonio Ciontoli e delle caratteristiche della ferita, si deve ritenere non sufficientemente certo che essi si siano rappresentati con la lucidità e la nettezza del padre la possibilità dell’evento mortale».

Trattasi di una sentenza piuttosto farraginosa dal punto di vista logico-giuridico, che ha fomentato una tuonante reazione mediatica. Anche il mondo politico non è rimasto cheto:  “Una sentenza che attraverso un sillogismo tutt’altro che chiaro arriva a giustificare il ciontoli per aver ritardato i soccorsi al povero marco che, come dicono tutti i referti, si sarebbe salvato se soltanto qualcuno di quella scellerata famiglia si fosse degnato di chiamare l’ambulanza in tempo. Invece – continua il sindaco- il tentennamento di Ciontoli è proprio ciò che, stando a quanto affermano i giudici, conferma la non volontarietà del suo folle gesto“, le parole di Alessio Pascucci.

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