Caso Assange: la chiusura del cerchio

Un storia durata anni giunta (forse) all’epilogo. La vicenda che vede protagonista Julian Assange è uno di quei casi di cronaca capaci di attrarre e dividere il mondo intero in due fazioni.

Molti rientrano tra i sostenitori del fondatore di WikiLeaks molti altri invece si sono da sempre opposti al suo operato. Analizzando a primo impatto la situazione è evidente come ci sia stata una metamorfosi repentina nell’opinione pubblica che ha trasformato l’immagine di Assange da “Robin Hood” moderno a criminale da arrestare.

L’epopea di Julian è durata per ben 6 anni, 9 mesi e 24 giorni, con quasi tutte le ultime giornate di questi anni trascorse davanti ad un Pc, rinchiuso in una stanza.

Giovedì 11 aprile Julian Assange, è stato arrestato a Londra nell’ambasciata dell’Ecuador, dove viveva come rifugiato politico, l’arresto è partito dalla richiesta del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, con l’ accusa di aver violato la Computer Fraud and Abuse Act (CFAA), la prima legge contro gli hacker e le violazioni informatiche approvata dal Congresso degli Stati Uniti nel 1986. L’atto d’accusa non riguarda la diffusione dei documenti riservati da parte di Wikileaks ma il modo in cui sono stati ottenuti: è meno grave di quanto si possa pensare e delle varie accuse che negli anni sono circolate nei suoi confronti.  Assange è stato  portato in custodia alla stazione centrale di Scotland Yard, poi in tribunale ed è stato immediatamente riconosciuto colpevole di fronte alla Westminster Magistrates’ Court di Londra di aver violato i termini della cauzione nel 2012 per non essersi presentato allora dal giudice ed essersi invece rifugiato nell’ambasciata dell’Ecuador. Per questo reato rischia una pena fino a 12 mesi di carcere nel Regno Unito, in attesa che le autorità britanniche decidano anche sulla richiesta di estradizione presentata dagli Usa.

Per comprendere meglio la vicenda è necessario riavvolgere, seppur sinteticamente, il nastro. La vicenda legale, molto complessa, può essere riassunta così: nel 2010 la giustizia svedese vuole interrogare Assange (che si trova in Inghilterra) sulle accuse di aggressione sessuale e stupro che gli sono state rivolte da due donne. Lui non vuole muoversi perché teme di essere estradato dalla Svezia negli Stati Uniti (che lo stanno indagando per le rivelazioni sui segreti militari americani rubati dal soldato Manning e da altri e poi pubblicati da Wikileaks). Nel novembre dello stesso anno la Svezia spicca un mandato di arresto internazionale (verrà ritirato per impossibilità di interrogare l’accusato ma c’è tempo fino a agosto 2020, prima della scadenza dei termini, per ripartire daccapo). Il mese successivo, dopo una breve detenzione, Assange esce su cauzione e comincia il lungo e tortuoso sentiero degli appelli. Alla fine, il 19 giugno 2012, si rifugia nell’ambasciata dell’Ecuador violando le condizioni della libertà su cauzione.

Perché proprio l’Ecuador? Perché l’allora presidente Correa, che Assange aveva appena intervistato per il suo programma per RT, emittente russa, era un fan di Wikileaks e della sua campagna obiettivamente molto imbarazzante per gli Stati Uniti sul piano diplomatico e devastante sul piano dell’organizzazione dell’intelligence. Così Correa accoglie Assange concedendogli asilo, ergendosi a paladino della libertà di parola.

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In realtà Correa ha cominciato a spiare Assange quasi subito (Operazione Hotel) ma i rapporti tra Ecuador e Wikileaks si guastano ufficialmente nel 2016 quando la campagna presidenziale di Hillary Clinton deraglia: vengono violati da alcuni hacker (russi, è l’ipotesi più accreditata) i database del partito democratico e del direttore della campagna clintoniana John Podesta. Wikileaks pubblica tutto nell’aperto entusiasmo dei repubblicani, l’Ecuador in seguito a ciò decide di tagliargli la connessione Internet per cercare almeno formalmente di distanziarsi dall’ospite sempre più ingombrante. I rapporti tra Assange ed il governo dell’Ecuador si guastano definitivamente nel maggio del 2017 quando Correa lascia il posto a Lenin Moreno. Moreno, che era il vice di Correa, definisce da subito Assange «un problema» e si capisce che il vento è cambiato.

Ormai è aprile 2019: Moreno dichiara apertamente alle radio del suo Paese che Assange “viola ripetutamente gli accordi e hackera mail personali dall’ambasciata”. Il tempo è scaduto, il cerchio si è chiuso. Molto probabilmente ora inizierà una complicata battaglia legale sui termini dell’estradizione: gli avvocati del giornalista si opporranno e il presidente Moreno, confermando la sua decisione di ritirare l’asilo politico, ha spiegato di aver ricevuto rassicurazioni da parte del Regno Unito che Assange non sarà estradato in paesi che prevedono la pena di morte, come gli Stati Uniti.

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