Francesco Cilea: il compositore reggino rivoluzionario

Lo scorso 23 luglio si sono festeggiati i 153 anni dalla nascita del compositore palmense Francesco Cilea (1866 – 1950), uno tra i più importanti compositori italiani vissuti a cavallo tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo. Palmi, suo paese natio, sorge ad una cinquantina di chilometri dalla città di Reggio Calabria: città nella quale, nel 1968, venne istituito il “Conservatorio di Musica di Stato di Reggio Calabria” intitolato, per l’appunto, al compositore palmese.
Avendo manifestato già da ragazzo una grande predisposizione per la musica, sentì prestissimo l’esigenza di lasciare la cittadina calabrese per iniziare gli studi di pianoforte e composizione altrove, e specificamente presso il Real Collegio di Musica San Pietro a Majella di Napoli, ove nel 1887 si distinse con una ‘Suite per orchestra in 4 tempi’, guadagnandosi anche una medaglia d’oro del Ministero della Pubblica Istruzione e la nomina a “Primo Alunno Maestrino”. Concluse poi il suo egregio percorso di studi al prestigioso istituto musicale della città partenopea nel 1889, presentando, come esame finale di composizione, il melodramma “Gina” rappresentato poi nel piccolo teatro del Collegio, col quale ottenne anche l’elogio della critica. È la volta poi di “La Tilda”, melodramma commissionato dall’editore Sonzogno e rappresentato nel 1892 nel Teatro Pagliano di Firenze prima, e successivamente al Teatro dell’Esposizione di Vienna. Ed entriamo così negli anni in cui l’artista palmese diventa ufficialmente un compositore in carriera: nel 1897 presenta infatti, presso il Teatro Lirico Internazionale di Milano, il dramma di Marenco “L’Arlesiana”; uno dei suoi capolavori. Nel 1898 accetta poi la cattedra di Armonia al Regio Istituto Musicale di Firenze.
Gli anni a venire furono poi dedicati alla composizione di “Adriana Lecouvreur”, una commedia-dramma di Colautti, rappresentata per la prima volta nel 1902 al Teatro Lirico di Milano: ed è questa l’opera che più rappresenta Cilea. Grazie ad essa, il compositore calabrese afferma infatti il suo respiro internazionale con l’aiuto di una critica molto attenta al suo stile, fresco e rivoluzionario: troppo azzardatamente la composizione venne sulle prime accostata alla corrente verista, principalmente per una questione cronologica; si tratta invece di una raffinata scrittura ricca di innesti teatrali e molto fedele alla visione naturalista francese. Può inoltre essere definita popolare al pari delle tre perle verdiane (“Trovatore” , “Traviata” e “Rigoletto”) per svariate ragioni, quali la capacità di incontrare il gusto di molti in virtù delle infinitamente belle melodie, o per la simpatia dei quattro personaggi tra cui si distribuiscono con grande coerenza le dinamiche della vicenda, o anche per la passione, per la volontà di raggiungimento di un effetto consolatorio e di un saggio impiego dei più curati artifici letterari e scenici. Alla base della vicenda sta una struttura filosofica palese: ispiratore del Verismo italiano, il Naturalismo francese è pervaso da una visione deterministica per cui il destino umano è silenziosamente segnato dalle strutture sociali, ed è impossibile cambiare la propria classificazione sociale: così Adriana, nonostante la nobiltà del suo animo e la qualità della sua arte, è ostacolata nel matrimonio con Maurizio di Sassonia. La Principessa non è un personaggio negativo in sè, ma un ‘umano prigioniero’ (così compare in scena) della sua condizione di moglie e del suo inquadramento nella società e non delle sue passioni. Il rapporto morboso più che amoroso e l’essere attrice e vittima del crimine nella sua condizione di nobildonna (caratteristiche fondamentali di Adriana) sono inoltre elementi pienamente in linea con la concezione naturalista, di cui Eugène Scribe (il drammaturgo autore della materia originaria riportata nel libretto) conobbe i primi anni. Contrariamente a quanto può apparire, la trama non è però incentrata sulla primadonna Adriana, ma sull’icona “Adrienne Lecouvreur della Comédie-Française”: non semplicemente donna e attrice ma soprattutto allegoria del teatro, così come si annuncia.
Cilea viene quindi così accostato a quella categoria di artisti all’avanguardia, che hanno segnato con le loro opere un periodo storico musicale già ricco di cambiamenti. I reggini e gli italiani in generale detengono l’onere e l’onore di dover valorizzare il più possibile l’enorme bagaglio culturale lasciato dal compositore, orgoglio calabrese in Europa e nel mondo.

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