Perchè i fuorisede possono salvare il Sud

Come qualcuno aveva fatto notare, l’unica immigrazione di cui doverci preoccupare è quella che sta lentamente portando allo spopolamento del Sud. Il meridione si sta lentamente trasformando nella casa al mare d’Italia, o forse d’Europa, con un turismo in crescita ma l’intera area è oggetto di continue migrazioni. Si parte da piccoli, freschi di Maturità, altri arrivano per la laurea magistrale, qualcun altro direttamente per lavorare. Lo spopolamento è frutto di politiche sbagliate, di investimenti mordi-e-fuggi, e di visioni scorrette. Ma non solo. Nell’emigrazione di massa c’è tutta la disperazione di un popolo che si sente abbandonato, di una parte d’Italia che da Roma in giù rivendica le stesse possibilità di chi sta oltre il Po.

La politica investe miliardi di euro in coesione territoriale, in misure pensate ad hoc per il Mezzogiorno, e ne ha inventate di tutti i colori. Dalla Cassa del Mezzogiorno al Ministero per il Sud. Gli interventi straordinari sono un nulla di fatto, perché il Mezzogiorno per rialzarsi avrebbe bisogno di un piano a lunghissimo termine, di un progetto trasversale, condiviso da tutte le forze politiche che in un Paese in cui i Governi durano pochi mesi non è possibile neanche immaginare.

Ma soprattutto il problema resta la visione: pensare in che modo il Sud possa contribuire a produrre ricchezza, esprimendo le proprie potenzialità e impegnando risorse. Se la funzione del Sud resta quella di essere la casa al mare d’Italia, la fuga sarà inevitabile, specialmente in un mondo che cambia così velocemente, in cui i mestieri nati il giorno prima, sono obsoleti il giorno dopo.

Nel frattempo i fuorisede rappresentano vere e proprie comunità di studenti e lavoratori che condividono sentimenti contrastanti come nostalgia, rabbia, gioia. Sono eterni pellegrini alla ricerca della propria Itaca, che forse non arriverà mai. Dicono che lontani da casa stanno bene; non ci pensano finché studiano, lavorano ma nel fine settimana sono lacerati. Pensano agli infiniti pranzi domenicali, alle passeggiate in riva al mare, ai sabati sera con gli amici di una vita. Quegli amici che a volte restano, come titani, a volte sono andati via come te.

I fuorisede di una volta passavano gli anni spensierati dell’università in un’altra città, per poi tornare dov’erano nati alla ricerca della propria posizione. Oggi chi va via difficilmente ritorna dov’è nato. E’ una delle conseguenze della società globale, che concentra le ricchezze nelle metropoli, e alle estreme periferie del mondo resta poco e niente. Un mondo in cui è difficile pensarsi tra quarant’anni nello stesso posto in cui si è adesso.

Quindi cosa resta al Meridione? Resta la bellezza, restano i custodi delle vestigia della grandezza del passato. Ma davvero ci è rimasto solo questo? I fuorisede sono tanti, sono persone sradicate che non hanno una posizione nel mondo, perenni viaggiatori alla ricerca della propria meta. E se la meta fosse casa? Forse il senso del viaggio è il ritorno, almeno così ci ha insegnato Omero. Ci ha anche insegnato di diffidare dai Proci, ci ha insegnato che è meglio disfare la tela piuttosto che abbandonarsi a venditori di false speranze.

Le speranze del Sud passano per chi ha avuto il coraggio di restare e per chi avrà la follia di farci ritorno. Tutto il resto è noia.

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