Abbiamo un disperato bisogno di politica. E non lo sappiamo

I poteri dello Stato sono pensati per restare all’interno di rigidi vincoli, di modo che l’uno non interferisca con l’altro, con pesi e contrappesi reciproci. Ma se uno di questi vacilla, l’altro con prepotenza ne invade la sfera. Quando iniziano a trasparire le crepe di un sistema, il potere, che per definizione necessita di un soggetto che lo esercita, è insinuato da altri corpi, che se ne arrogano le prerogative. Forse per un innaturale egoismo dei poteri dello Stato, o molto di più, per dare risposte a bisogni dei soggetti nel nome di cui tale potere è esercitato.

Nel caso della Politica, la crisi non è congiunturale, ma strutturale. Una gigantesca incapacità del sistema di saper dare risposte, o più nello specifico, di saper reagire agli attacchi sferrati da altri corpi: che a volte, semplicemente, invadono, altre volte intervengono a garanzia di interessi più alti. E degli spazi della politica, la Corte Costituzionale è, in genere, molto rispettosa.

Ne è prova il caso Cappato, in cui i giudici hanno dato un anno al Parlamento per adeguare la disciplina dell’aiuto e istigazione al suicidio. Ma in quell’anno ne sono successe di tutti i colori: la prima volta del M5S al Governo, la sbronza estiva a base di Mojito del Capitone e nel giro di qualche mese, il partito guidato da Luigi di Maio si ritrova al governo con i nemici giurati del PD; aggiungici una legge di bilancio difficile, l’attuazione dei cavalli di battaglia di Lega e M5S, ne abbiamo viste delle belle. Nel frattempo le istruzioni della Corte giacevano nell’ultimo cassetto delle scrivanie dei leader della maggioranza. Fino alla sentenza di qualche mese fa che entra a gamba tesa, nel delicato tentativo di non invadere valutazioni che sono, per definizione, politiche.

Poi ci si mette Matteo Renzi ad attaccare la Magistratura, per le perquisizioni alla fondazione Open. Che la politica sia sotto il giogo della magistratura, non è un mistero. Che, sempre più spesso, accada il contrario e cioè che la magistratura si abbandoni ai modi e ai costumi della politica, passa ancora sotto traccia. Basta poco per accorgersi che all’arretramento della politica, della democrazia rappresentativa il potere giudiziario guadagni spazi, a volte praterie, diventando a pieno un attore del dibattito politico.

Sarebbe un errore imperdonabile pensare che la politica abbia deciso di non decidere, che abbia abbandonato i presidi di democrazia e si sia rifugiata nelle segreterie dei partiti. Molto più semplicemente, non decide perché non è in grado di decidere per manifesta incapacità. E non serve andare lontano per intuirne le ragioni: i partiti così come li conosciamo, barriera all’accesso delle porte della democrazia nel sistema della Costituzione, nella realtà dei fatti non esistono più; molti dei partiti hanno smesso di fare selezione di classe dirigente, si vendono a chi offre il più ricco pacchetto di voti, si immolano sull’altare della società civile, perché i prodotti dei partiti, nel senso di militanti che ne hanno scalato le gerarchie fino a ricoprire ruoli nelle istituzioni, non conquistano; la causa sta nell’auto-referenzialismo che pone ad una sempre maggior distanza i partiti rispetto al paese reale.

I partiti non fanno più formazione politica e alcuni non credono più nel radicamento territoriale, quale avamposto di democrazia. L’incapacità di fare formazione si accompagna spesso ad un’ovvia considerazione: i migliori non fanno più politica, i capitani d’azienda, gli accademici, i professionisti, i dirigenti sindacali di rado accostano alla propria professione l’impegno politico, percepito come malaffare, o nella più rosea delle ipotesi, come clientelismo.

In secondo luogo la politica è sempre meno credibile, perché, smettendo di fare selezione, ha aperto le sacre porte della democrazia rappresentativa a individui asserviti al denaro, al potere o alla criminalità organizzata. In conseguenza i partiti sono sempre più poveri a causa della disaffezione, a causa dell’incapacità nel gestire le risorse: l’eliminazione del finanziamento pubblico ai partiti, in tal senso, ha rappresentato una decisione molto demagogica e poco democratica, perché una politica onesta, libera, efficiente ha dei costi; ma questo ce lo siamo dimenticato.

In conclusione, la politica ha arretrato perché ha perso di autorevolezza, ha perso la funzione di custode delle istanze del corpo elettorale perché ha smesso di darvi una risposta. Eppure di politica, oggi come non mai, abbiamo un disperato bisogno, per interpretare bisogni, per cavalcare i cambiamenti, interpretarli e disciplinarli, per dare risposte a domande che solo i rappresentanti della suprema volontà popolare sono chiamati a esprimere. Se la politica non reagisce perderà il suo ruolo, subirà i processi storici da cui è irrimediabilmente coinvolta invece di governarli. Se entra in crisi la politica, non entrano in crisi i partiti, ma la stessa tenuta di un ordinamento democratico.