Fragilità e solidarietà: perché ce n’eravamo dimenticati

Il re è nudo: e a denudarlo non è stata una guerra atomica, la Jihad, o un attacco alieno, ma un organismo minuscolo che l’occhio umano non riesce a vedere, ma del quale riesce solamente a percepire le conseguenze devastanti della sua presenza: la prima vera pandemia dei tempi moderni, che fa meno paura della SARS, dell’ebola ma che si diffonde con più velocità. E nella società liquida, nell’epoca del tutto e subito a fare paura sono le cose che si diffondono con rapidità, pur con effetti più limitati rispetto alle grandi epidemie dei tempi moderni.

E’ un virus infimo che non è partito da un villaggio dell’Angola; non ha sostato nel deserto, non ha contagiato i campi di prigionia libici, non ha imbracciato le armi di una sommossa in Medio Oriente, ma è stato generato lì dove una dittatura dei tempi moderni detta tempi e modi della globalizzazione, disegna il presente e il futuro del mondo libero: da un mercato di frutti di mare di Wuhan ha viaggiato su un volo in business class, è arrivato a Milano per l’ora dell’aperitivo, a Parigi per fotografare la Torre Eiffel al tramonto, a Londra per un cocktail party con vista sullo skyline, a Berlino in club di musica techno. E’ un virus vizioso che si muove con la stessa velocità dei capitali; “follow the money” per capire dove il virus va.

All’inizio non lo avevamo capito: in Lombardia e Veneto spopolavano gli aperitivi, hashtag del genere #iononhopaura: anche Nicola Zingaretti li ha promossi; Beppe Sala faceva trasparire il messaggio di una Milano aperta. Come se un virus fosse un nemico fisico come il terrorismo, lo straniero; il corona virus è stato prima demonizzato, poi esorcizzato come se per immunizzarsi bastasse non averne paura. Le misure, fino a qualche mese fa inimmaginabili, di una Cina paralizzata sono state in breve tempo riprodotte in Italia con non qualche difficoltà; non eravamo pronti. Una democrazia liberale trova molti più ostacoli di una dittatura.

Ma Giuseppe Conte ha indorato la pillola agli italiani, restii a mandarla giù, diluendola, in più bicchieri. Se 2 anni fa gli avessero detto cosa lo aspettava alla guida del Paese, un professore universitario compito, pacato ed equilibrato come Conte non ci avrebbe creduto; fino a qualche mese fa la sua più grande preoccupazione era mettere d’accordo una maggioranza litigiosa, scomposta e indisciplinata. Ora si trova al “timone, a indicare la rotta” di un paese paralizzato. Ma il nocchiere di una nave in gran tempesta cerca sempre il suo faro e lo trova nella Costituzione: l’operato del Governo è stato finora guidato dal valore costituzionale più alto, il diritto alla vita, tutelato ad ogni costo. Il diritto alla salute non è solo un retaggio giuridico, ma è la traduzione costituzionale di un principio di civiltà. Giuseppe Conte è il nonno che ripete ai nipoti spaventati: “Quando c’è la salute, c’è tutto”.

E questo valore è stato difeso a oltranza, a costo di entrare in collisione con l’Europa. La tanto desiderata integrazione europea è ora a rischio: non basta l’Erasmus, gli accordi non vincolanti per la redistribuzione dei migranti, le nomine degli scranni più alti dell’Unione spartite tra i paesi fondatori. La costruzione di un’identità comune, l’integrazione tra i popoli si realizza con la solidarietà; con l’aiuto reciproco nei momenti di difficoltà, quando la paura spinge i popoli a pensare a se stessi. Il sogno sta cadendo in pezzi per mano di burocrati freddi che davanti ad un pezzo di Europa che chiede aiuto rispondono che “i tassi non verranno tagliati”. Christine Lagarde, in questo momento storico, rispecchia quel deficit di democraticità che affligge da sempre l’Europa.

Il corona virus ha poi fatto a pezzi l’idea del superuomo; ha messo i popoli faccia a faccia con la morte della quale avevamo dimenticato l’inesorabile avvento; ma soprattutto ha tirato via la coperta troppo corta dell’indistruttibilità e ci ha messo davanti agli occhi lo specchio della fragilità: ne usciremo più consapevoli della nostra caducità, del nostro essere foglie in inverno. Non eravamo antropologicamente pronti ad una sfida simile: la maggioranza degli abitanti del mondo libero una guerra non l’ha mai vissuta. Una così vistosa limitazione delle libertà molti non sono in grado di capirla. Ma le libertà e i diritti soffrono necessari contrappesi: l’altra faccia della medaglia, quella dei doveri, non l’avevamo ancora vista.

Nell’epoca dell’individualismo sfrenato i diritti non sono strumenti di progresso per la comunità ma mezzi per soddisfare, sulla base di meri calcoli di utilità le proprie ambizioni personali. Di questa boccata di solidarietà ne avevamo bisogno; questa incetta di doveri sociali ci renderà più consapevoli dei nostri diritti. In questo momento storico “devi restare a casa” è un bellissimo promemoria di civiltà. Torneremo a popolare il mondo, fortissimi nella nostra riscoperta fragilità.

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