Le parole sono importanti

Potevo essere io. Magari lo sono e non lo so. Poteva essere mia madre, potevano essere Lucia e Consolata, le mie migliore amiche. Poteva essere una donna. Una qualsiasi. Lo è, in realtà. Poco importa se c’entri con la cerchia delle persone che mi stanno vicino, è accaduto. Accade e, mio malgrado sono perfettamente cosciente che continuerà ad accadere. Fa male, sì. Poteva essere evitato? Difficile dirlo, i fattori in gioco sono troppi. Tendo per il no. Posso sempre sceglierlo? No. Sono tante le domande che mi pongo da quando lo scandalo delle chat di Telegram ha fatto rivoltare il web. “Come se non lo sapessimo già” è la frase che, con tono rassegnato, mi rimbomba più frequentemente in testa. Poi mi fermo, razionalizzo, noto quanti ci sia di malsano anche nei miei pensieri, come se tutto questo enorme carico di merda sia oramai una consuetudine ingurgitata e digerita da ognuno di noi, perché tanto esiste e va accettata. Ci puoi fare poco.

Non mi interessa schierarmi dalla parte delle donne ed ergermi a paladina della moralità, perché sono umana come tutti e perché certe volte nella vita anche io ho dubitato di averne una. Ora vi starete chiedendo tutti in quali occasioni sia successo, quanto ci sia di deviato e quante allusioni sessuali ci siano in quello che ho appena scritto. Poco in realtà. O forse tanto. Non lo dirò. Ho scelto di non dirlo. Ed è qui che arriviamo al nocciolo della questione. Ho scelto. Ma ho scelto sulla base di quello che sento o sulla base ci ciò che una società di stampo patriarcale mi impone dalla nascita? Ho scelto perché non me ne frega nulla di condividere la mia vita con gente di cui conosco a malapena il nome o perché ho paura di essere giudicata ed etichettata?

“Non sarà l’età in cui scelgo di avere il mio primo partner sessuale a determinarmi, né tantomeno il numero di partner che avrò durante tutta la mia vita. Non sarà neppure la tipologia di intimo che indosso, la lunghezza della mia gonna o la scollatura del mio top estivo che faranno di me carne da macello.” Sorrido. Lo so che in fondo non ci credo quanto dovrei, ma mi piace raccontarmelo. Ricordo quei sabato sera in cui, prima di iniziare l’università a Bologna, dopo essermi preparata per uscire facevo una piccola passerella lungo il corridoio, alla fine della quale chiedevo ai miei genitori se stessi bene. Sono state tante lo volte in cui mi sono sentita dire “Sei bellissima ma quella gonna è troppo corta. Magari metti dei jeans.” Non ci dai peso lì per lì, poi però ti rendi conto che è una chiara forma di delegittimazione verso un ipotetico episodio di violenza, travestita da tenero tentativo di protezione. E così tutte le volte che, vivendo ormai da sola, non ti concedi una pizza con gli amici perché “si fa tardi, meglio rientrare adesso, tanto sono già parecchio stanca” o quelle volte che “me la faccio a piedi, non serve prendere l’autobus.. mi fa bene camminare”. Io non vedo differenza tra lo stupro e il revenge porn. Sono figli dello stesso cancro. L’uno è la metastasi dell’altro.

Violenza sulle donne è violazione dei diritti umani - Società ...

Questi messaggi nascono dalle urla, dai colpi di clacson e dalle frasi oscene sussurrate quando ci si affianca per strada per qualche istante. Nascono dalla scarsa consapevolezza del sé e dell’altro, della sua dimensione e dell’insieme dei diritti e delle libertà che gli spettano in quanto persona prima e cittadino poi. Nascono dall’insicurezza, dalla smania di sentirsi parte di qualcosa perché più sì è, più è facile. Nascono dall’umorismo di barzelletta che si consuma nei pub, negli uffici, negli spogliatoi..che poi in realtà, non fa così ridere se tra le gambe non hai un organo genitale maschile. Nascono dalla poca solidarietà femminile che aleggia fin dalla tenera età tra le ragazze. Nascono dalla mancanza di coraggio, dall’omertà e dalla passività di chi non prova a disincentivare questi comportamenti malati. “Se non avessi mandato quella foto non sarebbe successo”. Vero.

Come è vero che nel 99% dei casi, il fine ultimo non era certamente quello di finire in gruppo di 50000 “uomini”, compagni, fratelli e padri di famiglia, come è vero che alla base di tutto sia fondamentale diffondere la cultura del consenso già tra i più piccoli.

Il danno psicologico che queste pratiche possono creare e che già hanno creato è inimmaginabile. Credo fortemente che prima di sentenziare su ciò che bisognerebbe fare, sia fondamentale fermarsi e capire anzitutto chi si vuole essere..e, dopo averlo fatto, assumersene la completa responsabilità. “Le parole sono importanti” diceva il mio amico Nanni Moretti.

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