L’educazione sessuale nelle scuole: a che punto siamo?

Una tematica importante trascurata dalle istituzioni

Negli scorsi giorni si è celebrata la giornata mondiale contro l’AIDS. I  progressi compiuti dalla scienza nell’ultimo decennio e le terapie antiretrovirali, accessibili a tutti nel nostro paese, fanno sperare in un futuro migliore per le persone affette dal virus dell’HIV. Un tema di cruciale importanza è l’educazione sessuale nelle scuole, ambiente in cui bambini e adolescenti trascorrono gli anni più delicati della loro vita, affiancati da professionisti della psicopedagogia.

In Italia, l’educazione sessuale non è una materia come le altre: la burocrazia, accompagnata dallo scetticismo di alcuni esponenti politici ha bloccato diverse proposte di legge volte a disciplinare l’obbligo di insegnamento nelle scuole primarie e secondarie, di cui l’ultima risale al 2015. Per questi motivi, il nostro paese è l’unico dell’UE, accompagnato da Bulgaria, Cipro, Lituania, Polonia e Romania a non offrire, nei programmi dell’autonomia scolastica, l’insegnamento alla sessualità.

Negli altri paesi del vecchio continente, l’educazione sessuale a scuola è obbligatoria: in Svezia dal 1956, in Germania dal 1968, in Danimarca, Finlandia e Austria dal 1970, in Francia dal 1973. In Olanda si inizia dall’età di 4 anni mentre in Finlandia, la Population and Family Welfare Federation distribuisce a tutti i quindicenni un kit introduttivo di educazione sessuale con un opuscolo, un profilattico e il video di una storia d’amore in cartoni animati. Guardando oltre oceano, negli Usa, in ventidue stati federali, l’educazione sessuale è obbligatoria e in tredici di essi le scuole sono obbligate a incaricare docenti esperti in materia per impartire tali insegnamenti specifici.

Oltre al danno (per l’Italia), anche la beffa: nel 2010 l’Ufficio Regionale per l’Europa dell’OMS e BZgA (Federal centre for health Education) ha divulgato gli “Standard per l’educazione sessuale in Europa”, ovvero un quadro di riferimento destinato a responsabili delle politiche sanitarie, autorità scolastiche e sanitarie e specialisti contenente le principali caratteristiche alla base di una efficace educazione sessuale: continuità dei programmi formativi; partecipazione attiva dei giovani coinvolti; interattività delle lezioni; sensibilità al genere; stretta collaborazione con i genitori e con la comunità; contestualizzazione rispetto al background sociale e culturale.

Ecco servito, su di un piatto d’argento, il paradosso: da una parte vengono poste delle solide fondamenta dall’organizzazione mondiale della sanità, sulle quali sarebbe possibile redigere una normativa che incentivi un salto di qualità per il nostro tessuto sociale, dall’altra un muro burocratico in stile medievale costruito dai politici (non tutti, ma la maggioranza) di palazzo Madama e Montecitorio.

Nel 2020 è impensabile convivere ancora con pregiudizi e stereotipi; educare alla sessualità vuol dire educare all’affetto, al sentimento, alla garbatezza, alla prevenzione, al rispetto per gli altri. Sono obiettivi che ogni educatore deve prefissarsi di concerto con le famiglie e con tutti gli altri attori coinvolti nel processo di crescita dei bambini e dei ragazzi, i quali si accingono a scoprire il sentimento più importante della loro vita, l’amore.