Il catalogo di Netflix tra nostalgia del passato e timore del futuro

Il panorama delle serie tv racchiude la tensione tra nostalgia e timore che il nostro tempo vive

In queste fredde giornate di crisi pandemica e (forse) crisi di governo, Netflix mi accompagna tra le braccia di Morfeo, in queste notti in cui i contenuti che la televisione riesce a produrre spaziano dal Covid al, beh, sempre al Covid. Un divoratore forsennato di serie tv come me scandaglia l’intero catalogo e, certe volte, perde più tempo a scegliere i contenuti che a guardarli. Avete presente quel senso di spiazzamento che si prova guardando la homepage di una piattaforma streaming? Perché a me è capitato di addormentarmici davanti. Nel mare magnum del catalogo di Netflix, ho finito da poco due serie antitetiche, tanto per leggerezza dei contenuti, quanto per ambientazione temporale. Vederle pressoché contemporaneamente ha generato in me alcune riflessioni, più profonde dei contenuti, sulla cultura del tempo che viviamo.

I sabati pomeriggio della mia infanzia trascorrevano con la tv accesa, perennemente su Italia 1, il canale della gioventù per antonomasia, di quella generazione nata negli anni 90, che chiamano Millennials, Generazione Y che dir si voglia. Un cult di questi pomeriggi era Karate Kid, con i suoi seguiti, un film che inietta una dose di autostima tale, che forse farebbe bene a certi mental coach: con il suo proverbiale passa la cera togli la cera, è diventato un simbolo dell’adolescenza di molti. Dopo più di 30 anni dal primo film della fortunata saga, è stata realizzata una serie sequel, Cobra Kai, che ribalta la prospettiva, spostandola dall’angolo visuale di Johnny Lawrence. Un esperimento interessante, che ha visto la partecipazione di tanti personaggi del cast del film e che si è rivelato un vero successo, coinvolgendo emotivamente i nostalgici del genere. Ma quando finisce la nostalgia, quando resta la trama con le sue lacune, svanisce anche la magia: resta un teen drama che ha in parte tradito le aspettative. Con Karate Kid sono cresciuti i protagonisti e gli spettatori, e una trama più matura avrebbe soddisfatto le attese di un pubblico ormai adulto.

Credits: Rolling Stone Italia

Cobra Kai rappresenta l’ennesimo sequel di un catalogo televisivo che sembra essersi arenato e impigrito sulla nostalgia per gli Anni 80 e 90: ne è paradigmatico il fenomeno Stranger Things, monumento televisivo alla cultura anni 80. Altri cult dell’epoca torneranno sugli schermi in formato remake: Il principe cerca moglie, Ghostbusters, Dirty Dancing. E non solo: perché al cinema e nelle cuffie i remake e i sequel spopolano, assumendo ormai un tono quasi stucchevole.

Infine, una piacevole sorpresa. Dopo mesi in cui l’algoritmo di Netflix sembrava brancolare nel buio, finalmente ce l’ha fatta: ha capito i miei gusti e mostra contenuti in linea con i miei interessi; anche se una lista fatta di House of Cards, Designated Survivor e political drama vari la dice già lunga. In particolare, ho da poco scoperto una serie norvegese distopica sul mondo in crisi energetica, Occupied. Una serie non particolarmente brillante per recitazione, né per una trama in cui i buchi non mancano, ma particolarmente interessante per contenuti: anticipa uno dei grandi temi del futuro, la crisi energetica, affrontandolo in modo concreto. Una serie che è un po’ pecca in autoreferenzialità, immaginando una Norvegia schiacciata tra l’Unione Europea e la Russia, ma la caratura dei temi affrontati vale vederla tutta.

Credits: Hall of Series

Sembra che la nostalgia sia divenuto il tema dominante di un panorama culturale desolante e desolato. Sembra, che nell’immobilismo della pandemia, siamo rimasti incapaci di produrre contenuti. In un mondo che spinge con maggiore prepotenza verso un futuro animato dalla transizione ecologica e digitale, la pandemia ha accelerato la svolta e dalla svolta siamo rimasti spiazzati. Lo sgomento presto o tardi lascerà il posto all’entusiasmo. Ma quando? Ancora è presto per dirlo. Tra uno sguardo introspettivo a quello che siamo stati, un accenno nostalgico al presente, manca una visione di ciò che saremo. Incapaci narratori della cupa realtà del mondo di oggi ci rifugiamo nel porto sicuro della felicità di tempi lontani.

L’ottimismo e la realtà edulcorata, generati dalla fiducia dei primi anni 2000, cedono il passo ad una narrazione ora rivolta al passato, ora rivolta a interpretare i presagi di un futuro tremendo. E la narrazione del futuro prossimo è inquieta e cruda. Il Novecento è costellato di prodotti di cieco ottimismo per gli anni avvenire: da Ritorno al futuro, con i piedi per terra pensiamo ora a quel futuro una volta tanto lontano e promettente, adesso vicino e deludente: la crisi energetica, i cambiamenti climatici, il terrorismo. Occupied, con l’umiltà di una narrazione pop e senza pretese rappresenta l’altro estremo di questo ragionamento un po’ strampalato di fine settimana, nell’inizio di un anno carico di aspettative e pretese. Non so se tornerà la fiducia nel futuro. Ci penso di meno. Oggi è venerdì, sto ascoltando Friday I’m in love, dei The Cure, e nell’anno che ci dovrebbe proiettare nel futuro, mi rifugio nella certezza nostalgica del passato.